Affascinano sin dai tempi più remoti: i trucchi di maghi, prestigiatori e illusionisti suscitano meraviglia anche se sappiamo che si tratta, appunto, di illusioni. «È un tratto tipico umano quello di essere attratti dall’insolito», dice Massimo Polidoro, divulgatore scientifico, storico collaboratore di Piero Angela nella trasmissione Quark e insieme al grande giornalista co-fondatore del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze.
Se si parla di maghi è però necessaria una distinzione. «Da una parte ci sono gli illusionisti, artisti che ci sorprendono sfidando le nostre conoscenze usuali, dall’altra gli astrologhi, i divinatori, gli pseudoscienziati o i personaggi che propongono cure prodigiose, che possono avere un grande seguito perché offrono soluzioni facili a problemi complessi», precisa Polidoro, «una categoria di cui gli illusionisti sono peraltro acerrimi nemici».
Lo stesso Harry Houdini, il più famoso illusionista della storia, dedicò gli ultimi anni della sua breve carriera (morì nel 1926 a 52 anni per una peritonite) a smascherare medium e parapsicologi. L’immigrato ungherese naturalizzato americano, capace di far scomparire un elefante davanti al pubblico o di liberarsi di catene e camicie di forza mentre era immerso in acqua, era in grado di svelare la falsità di fenomeni che la scienza di cento anni fa non riusciva a spiegare.

Una nuova scienza
Ma la riuscita di giochi di prestigio e illusioni, come stanno rivelando le neuroscienze, non si basa solo sull’abilità manipolatoria e sulla velocità di esecuzione del mago. A rendere possibile l’illusione è la tendenza della nostra mente a immaginare la realtà, a fare supposizioni. Il trucco c’è ma siamo noi a non volerlo vedere.
Per questo l’illusionismo è diventato oggetto di indagine della ricerca scientifica. È quella che Gustav Kuhn, del dipartimento di psicologia dell’inglese Durham University, un pioniere nel nuovo campo di ricerca, ha chiamato science of magic, scienza della magia. «Nel corso dei secoli», scrive Kuhn nel saggio Towards a science of magic, scritto con due ricercatori dell’Università della British Columbia (Canada), «i maghi hanno imparato a eseguire atti che sembravano sfidare le leggi della natura e della logica. Ma non c’è nulla di ultraterreno in questi effetti, sono creati completamente con mezzi naturali. Noi crediamo che ci sia un grande potenziale scientifico nello studiare i modi in cui la gente può essere indotta a credere a questi eventi “impossibili”, anche se solo per pochi secondi. In particolare, crediamo che gli effetti dei maghi possano fornirci utili strumenti per indagare nella percezione e nella cognizione umana».

Gli autoinganni
L’oggetto di studio della scienza della magia sono i meccanismi che portano la nostra mente a ingannare se stessa.
Il meccanismo principale è una specie di utile “conformismo”. La mente ci propone costantemente un’immagine del mondo simile a ciò che percepiamo di solito, anche se magari in qualche particolare non lo è. Una strategia che serve a economizzare energie: evitiamo di dover ridare un senso a ciò che ci circonda ogni volta che ci distraiamo o chiudiamo gli occhi. I concetti chiave sono “continuità percettiva” e “dipendenza seriale”.
Spiega Guido Marco Cicchini, ricercatore dell’Istituto di neuroscienze del Cnr di Pisa: «La nostra percezione è fortemente condizionata da ciò che abbiamo sperimentato in passato e da quanto ci attendiamo. E questo ha una grandissima utilità. Se ora chiudo gli occhi e poi li riapro, mi trovo sempre nel mio ufficio: c’è la porta grigia con gli stipiti marroni, il muro è sempre bianco e il computer è sempre quello di prima. Se dovessi ripartire ogni volta daccapo sarebbe una grande fatica».
La magia sfrutta proprio la tendenza del nostro cervello a collegare gli eventi nella maniera più semplice possibile. «Se, per esempio, io vedo qualcuno dare delle carte da un mazzo, il mio cervello interpreta quella scena come la sa interpretare: che le carte partono dal mazzo e finiscono sul tavolo, non vede che magari una carta è trattenuta, con un trucchetto, tra le dita. Oppure, quando vediamo l’assistente del mago dentro una cassa, noi vediamo la testa e i piedi e li colleghiamo nel modo usuale, anche se magari sono di due persone diverse».
Cicchini e i colleghi Alessandro Benedetto, dell’Università di Pisa, e David Charles Burr, dell’Università di Firenze, hanno condotto uno studio, pubblicato sulla rivista Current Biology, che mostra in che modo la storia percettiva, registrata nelle aree più “nobili” del cervello, è tuttavia in grado di alterare anche l’attività delle aree cerebrali vicine alla retina, quelle che ricevono gli stimoli sensoriali. «Questo fa sì che le nostre aspettative», dice Cicchini, «possano modificare in maniera profonda e convincente l’aspetto di quello che arriva dai sensi».

Tre tecniche di manipolazione
Nel loro saggio, Gustav Kuhn e colleghi hanno mostrato i meccanismi su cui si basano tre metodi generalmente usati dagli illusionisti: la distrazione, l’illusione e la forzatura.
Distrazione. Consiste nello sviare l’attenzione del pubblico da ciò che sta realmente facendo l’illusionista. Le ricerche hanno mostrato che solo una piccola parte delle informazioni che entrano dai nostri occhi raggiungono la coscienza, quelle che consideriamo più importanti. I maghi ne approfittano creando aree d’interesse che catturano l’attenzione del pubblico, per esempio con gesti plateali o introducendo novità sulla scena, mentre la manipolazione è realizzata in aree di minor interesse. La distrazione può inoltre essere psicologica. Si allontana il sospetto che si stia costruendo un inganno, per esempio creando una forte attesa su ciò che sta per accadere. Finché gli spettatori non sanno cosa aspettarsi, non sapranno quali aspetti di ciò che accade sul palco sono importanti e sarà quindi improbabile che concentrino la loro attenzione sui movimenti necessari a ottenere l’effetto.
Illusione. Scrivono Kuhn e colleghi: «Gran parte della capacità visiva è una forma di allucinazione intelligente. Per percepire la profondità, per esempio, il sistema della visione deve ricostruire la terza dimensione a partire dalle immagini a due dimensioni sulla retina». E dato che di un’informazione visiva sono possibili molteplici interpretazioni, la mente deve scegliere tra diverse ipotesi. Questo approccio è però soggetto a errori, che chiamiamo, appunto, illusioni. Nelle illusioni ottiche si utilizzano tecniche come la combinazione di specchi, o false prospettive ottenute manipolando la dimensione degli oggetti. Trucchi tanto efficaci da far scomparire un elefante. L’illusione cognitiva è invece connessa a funzioni mentali più alte: qui le aspettative sostituiscono la realtà. Un esempio è il trucco della pallina che sparisce: il mago lancia due o tre volte una pallina in aria, ma a un successivo lancio la pallina sembra svanire nel nulla. In realtà non è stata lanciata, anche se lo spettatore l’ha vista. Com’è possibile? Un altro trucco della mente. Gli stimoli visivi che colpiscono la retina impiegano un decimo di secondo prima di diventare immagini percepite dalla coscienza. Per compensare questo distacco la mente fa letteralmente una pre-visione, “vede” gli eventi prima che accadano. Tali previsioni, utili in situazioni che richiedono una rapida reazione, come nella guida dei veicoli o nello sport, ci rendono però vulnerabili all’inganno: vediamo la pallina lanciata nell’aria anche se non accade.
Forzatura. Ha bisogno soprattutto di abilità manipolatorie. Per esempio, viene cambiato l’assortimento o la disposizione delle carte di un mazzo prima che lo spettatore ne prenda una, di modo che il mago riesca poi a “indovinare” qual è quella scelta. Oppure, allo spettatore e alla spettatrice è chiesto semplicemente di pensare a una carta tra quelle che gli vengono mostrate; il mago riuscirà anche in questo caso a indovinare quale è stata pensata. Il trucco risiede nel disporre le carte in modo tale da condizionare la scelta. Un effetto ottenuto di solito esponendo una carta più delle altre. Studi scientifici hanno mostrato una forte correlazione tra il tempo di esposizione di una carta e la probabilità che venga scelta.

Le sfide future
Le applicazioni pratiche delle nuove scoperte sono molteplici. Tra queste, quelle che si possono ricavare dall’apprendere come vengono forzate le scelte. Dicono Kuhn e colleghi: «Molte delle tecniche usate dalla pubblicità e dalla propaganda ricordano i metodi dei maghi. Dato che ci saranno sempre motivi per manipolare le nostre scelte, un’importante sfida del futuro sarà comprendere queste tecniche in modo da garantire la nostra libertà di scelta».