«Non lo diciamo mai abbastanza, ma di disturbi del comportamento alimentare si può morire», dice diretta Maruska Albertazzi, tra i fondatori del Movimento Lilla, nato per sensibilizzare su problemi come anoressia e bulimia. Giornalista, autrice e regista, ha scritto un romanzo che prende spunto da alcune storie vere di bulimia, Qualcosa di lilla, in libreria dal 27 marzo per Solferino. Dal volume è stato tratto il film omonimo, per la regia di Isabella Leoni, in onda su Rai1 in prima serata il 2 aprile.

Salute e medicina

La bulimia è spesso invisibile: un segno? Si erode lo smalto dei denti

La bulimia è spesso invisibile: un segno? Si erode lo smalto dei denti
La bulimia è spesso invisibile: un segno? Si erode lo smalto dei denti

Maruska Albertazzi, da dove nasce il suo impegno?
«Dalla mia guarigione. Per lungo tempo sono stata malata: da ragazzina ero malata di anoressia, poi sono passata all’ortoressia, l’ossessione patologica per il cibo sano e puro. Guarire non è stato facile, ci è voluto un lungo percorso terapeutico e intanto sono cresciuta, ho iniziato a lavorare, mi sono innamorata e sono diventata mamma di due figli».

Essere diventata madre ha avuto un ruolo nella guarigione?
«Non vale per tutte, per me è stato così: ho sentito il dovere di rimettere in ordine me stessa. Mi sentivo responsabile di un’altra vita e volevo essere un genitore “decente”. Anche dal punto di vista del corpo cambia tutto: l’aumento del peso in gravidanza è legato alla crescita di tuo figlio, non vuoi fargli del male, quindi mangi. Il momento critico, in realtà, è venuto dopo il parto, con il down ormonale. Io ho sofferto di depressione entrambe le volte: la prima è stata devastante, la seconda no, perché ero più consapevole».

Nel suo libro le protagoniste soffrono di bulimia, forse se ne parla meno dell’anoressia.
«Si parla più di anoressia nervosa perché le sue conseguenze sono visibili e perché alcuni segnali oggi cominciano a manifestarsi prestissimo, tra gli otto e i dieci anni. Ma se guardiamo al numero di casi, in realtà l’anoressia è al terzo posto: prima vengono il binge eating disorder, poi la bulimia nervosa. La prima patologia, caratterizzata da ricorrenti abbuffate, porta a un rapido aumento di peso, dunque è molto visibile, la bulimia invece è subdola. Chi ne soffre rimane nel suo peso forma perché “compensa” le abbuffate con il vomito indotto, l’uso di lassativi e diuretici o l’iper allenamento».

Quali segnali possono insospettire?
«I denti: il vomito ripetuto corrode lo smalto e li rende fragili, il colorito grigiastro, le unghie che si spezzano e i capelli che diventano opachi e cominciano a cadere perché al corpo mancano nutrienti. Invisibili, ma più gravi, sono invece le conseguenze sugli organi interni: ulcere nell’esofago, prolasso dell’intestino per l’abuso di lassativi, il cuore danneggiato dagli squilibri elettrolitici gravi (bassi livelli di potassio e magnesio) e dalla disidratazione causati dal vomiting. Squilibri che portano ad aritmie, palpitazioni e, nei casi gravi, anche all’infarto».

Dunque, di bulimia si può morire.
«Dipende dalla gravità. In genere questa malattia esplode nell’adolescenza, tra i 14 e i 16 anni. Poi, con un percorso psicologico, si può guarire, ma ci sono ragazze che non ce la fanno, come Giulia Tavilla, alla quale dobbiamo la giornata dei disturbi alimentari, morta in attesa di essere ricoverata. Nei casi meno gravi, invece, si può anche convivere con la malattia: ci sono donne malate di bulimia da 30 o 40 anni».

Come se ne esce?
«I disturbi del comportamento alimentare sono una forma di dipendenza, non si curano con la forza di volontà ma con l’aiuto di un’équipe di specialisti. Il primo step è rivolgersi a un ambulatorio specializzato, di quelli organizzati presso molti ospedali. Lì si comincia un percorso con psichiatra, nutrizionista e psicoterapeuta che coinvolge anche la famiglia. Serve anche l’enodocrinologo, per curare le alterazioni ormonali e metaboliche mentre, nei casi più importanti, è necessario il ricovero in ospedale o in una comunità dedicata».

Si tende a credere che a soffrire di bulimia siano soprattutto le ragazze. È vero?
«Dati certi non ce ne sono, ma ci sono malati di bulimia anche tra i ragazzi. Il problema è che i maschi non parlano e quelli che arrivano a chiedere aiuto spesso sono davvero gravi. Tra le ragazze, invece, la bulimia in alcuni casi può quasi diventare una cosa da condividere».

Nel suo libro a soffrirne sono due ragazzine: perché si ammalano?
«Luce è la ragazza più popolare della scuola, viene da una famiglia ricca, ma è stata cresciuta nel mito della propria bellezza da una mamma con una complessa storia di salute mentale e che soffriva a sua volta di bulimia. Con i genitori ha un rapporto pessimo e, crescendo, sviluppa un disturbo borderline di personalità che la porta a cercare gli eccessi, nel sesso come nel cibo. Nicole invece ama i genitori, soffre per la loro separazione, si sente goffa, grassa e insicura. È attratta da Luce, ai suoi occhi un modello, e sarà proprio la bulimia a unirle. Ma non posso dire di più».

Sui suoi social parla anche di neurodivergenza.
«Oggi posso dire di essere guarita dai miei disturbi legati al cibo ma non dalla mia neurodivergenza: sono nello spettro autistico, una condizione che mi rende più prona ai pensieri ossessivi e, dunque, anche più incline a maturare un rapporto problematico con il cibo. Ma adesso ho capito che il mio cervello non processa bene alcuni stimoli, l’ho accettato e ho imparato a distinguere le caratteristiche della mia neurodivergenza dai sintomi legati al disturbo alimentare».