Si fa strada un nuovo metodo per combattere l’anoressia nervosa. Al Bambino Gesù di Roma si è appena concluso un progetto di ricerca che ha testato, con ottimi risultati, l’efficacia della stimolazione transcranica a corrente diretta (tDCS). A guidare il team di lavoro è stata la psicologa Floriana Costanzo, che spiega: «Si tratta di un trattamento non invasivo che, se confermato da ulteriori studi clinici, potrebbe affiancare le terapie tradizionali e potenziarne l’efficacia, offrendo nuove speranze a molti pazienti e alle loro famiglie».
Chi non mangia e rifiuta il cibo fino a pesare come una piuma non lo fa perché vuole semplicemente dimagrire. L’anoressia nervosa è una delle più gravi patologie psichiatriche. Si differenzia dalla semplice anoressia, in cui la mancanza di appetito può essere dovuta alla depressione, a una patologia o all’uso di alcuni farmaci. Le origini sono nel cervello ed è proprio da lì che potrebbe partire la soluzione.

Alimentazione

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«Il disturbo alimentare ha basi neurobiologiche e attraverso la stimolazione trascranica, non percepita dal paziente, cerchiamo di rimodulare l’attività cerebrale», continua l’esperta dell’ospedale pediatrico del Vaticano. «Nell’anoressia nervosa si osservano alterazioni dell’attività delle regioni frontali e limbiche, che regolano le emozioni, i meccanismi di ricompensa e l’autocontrollo. Abbiamo dimostrato che inviando impulsi elettrici a bassa intensità in alcune di quelle aree, in affiancamento al trattamento classico, è possibile alleviare i sintomi dell’anoressia nervosa in modo più rapido e duraturo».

La corrente continua
«Il nostro cervello parla attraverso segnali elettrici», spiega Costanzo. «Questo vuol dire che dall’esterno, con semplici elettrodi, possiamo registrarli, e cosa ancor più importante, inviarne di simili». Da questa premessa parte lo studio condotto nell’ospedale romano, che ha aggiunto informazioni ai dati preliminari dell’analisi sulla stimolazione transcranica a corrente diretta già pubblicata nel 2018 (sulla rivista scientifica Frontiers in Behavioral Neuroscience).

Floriana Costanzo con il macchinario per la stimolazione transcranica a corrente diretta. La psicologa dell’ospedale Bambino Gesù di Roma ha guidato lo studio per applicare il metodo all’anoressia nervosa.
Floriana Costanzo con il macchinario per la stimolazione transcranica a corrente diretta. La psicologa dell’ospedale Bambino Gesù di Roma ha guidato lo studio per applicare il metodo all’anoressia nervosa.

Floriana Costanzo con il macchinario per la stimolazione transcranica a corrente diretta. La psicologa dell’ospedale Bambino Gesù di Roma ha guidato lo studio per applicare il metodo all’anoressia nervosa.

La nuova ricerca, avviata nel 2020 e conclusa a febbraio 2025, è stata condotta nell’ambito di un trial clinico randomizzato, in doppio cieco su 64 pazienti tra i 10 e i 18 anni. Detta altrimenti, alcuni ragazzi hanno beneficiato del trattamento, altri di un placebo. Né i pazienti né i medici hanno saputo fino alla fine della sperimentazione chi effettivamente avesse ricevuto la terapia reale. «Attraverso due elettrodi posizionati sulla superficie della testa e tenuti fermi da una fascia elastica», chiarisce la psicologa, «vengono inviati segnali elettrici di bassa intensità sulla corteccia prefrontale, area chiave nel controllo del comportamento».
Nello specifico, l’intensità della corrente applicata è di 1 milliampere, circa 800-900 volte inferiore a quella di un elettroshock, per capirci. «Sì, la stimolazione transcranica è considerata una tecnica sicura e non dolorosa e ormai sempre più utilizzata anche in età pediatrica», aggiunge Costanzo.

Sedute da 20 minuti
Il trattamento è stato somministrato per sei settimane, con tre sedute settimanali della durata di 20 minuti. E quello che è più importante è che gli effetti positivi sono risultati stabili e progressivi fino a sei mesi dopo la conclusione del trattamento. «Abbiamo osservato una normalizzazione di molti sintomi psicopatologici associati al rischio di disturbo alimentare», dice la psicologa, «come insoddisfazione per il corpo, comportamenti compensatori inappropriati, desiderio di magrezza, così come senso di inadeguatezza, problemi interpersonali e affettivi o difficoltà psicologiche generali. Inoltre, la tecnica utilizzata è stata ben tollerata ed è a basso costo».
La domanda è d’obbligo: dopo i sei mesi in cui il trattamento si è dimostrato funzionare, il ragazzo avrà vinto la sua battaglia contro l’anoressia? «È prematuro dirlo, il percorso di guarigione è lungo e graduale», risponde la psicologa. «Si potrebbe pensare a cicli di richiamo, ma per ora è soltanto una prospettiva». Sulla quale, però, si continua a lavorare.
«La stimolazione cerebrale non invasiva non è ancora un trattamento standard per l’anoressia nervosa», spiega Costanzo. «Attualmente viene utilizzata solo in contesti di ricerca clinica, all’interno di studi sperimentali promossi da centri pubblici come il Bambino Gesù di Roma. Tuttavia, i ricercatori sono impegnati a raccogliere evidenze solide sull’efficacia di questo approccio, con l’obiettivo di renderlo in futuro accessibile come parte integrante dei percorsi terapeutici standard».
Risultati incoraggianti di altri studi suggeriscono che si potrebbero trattare allo stesso modo altri disturbi alimentari e non solo nei ragazzi, ma anche negli adulti. «In base all’obiettivo del trattamento, il posizionamento degli elettrodi per la stimolazione può cambiare, perché differenti sono le aree del cervello che vanno sollecitate», dice la psicologa. «Per esempio, nell’anoressia nervosa si cerca di ridurre l’ipercontrollo, mentre nell’obesità l’obiettivo è aumentarlo. Generalmente, le cellule nervose poste sotto l’elettrodo collegato al polo positivo della corrente aumentano l’eccitabilità, succede il contrario sotto il polo negativo».