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Nel gergo comune, il daltonismo indica una difficoltà a riconoscere un determinato gruppo di colori, da John Dalton, che ne era affetto e che per primo lo descrisse nel 1794. In termini medici, si parla di discromatopsie. Secondo uno studio sul Journal of the Optical Society of America, riguarda circa 350 milioni di persone in tutto il mondo, poco più del 4% della popolazione globale. Per loro, un prato e una mela possono apparire sorprendentemente simili.
Oggi, però, la tecnologia è entrata anche nel campo dell’ottica. Esistono lenti dotate di filtri selettivi che aumentano il contrasto tra alcune lunghezze d’onda della luce, migliorando la distinzione tra colori come il rosso e il verde. Questi occhiali non correggono la discromatopsia né restituiscono una visione identica a quella di chi non presenta il disturbo, ma possono offrire un aiuto concreto in molte situazioni quotidiane, dalla lettura di mappe e segnali stradali all’osservazione di paesaggi e opere d’arte.
Storia di un’invenzione
Come si legge sul Washington Post, il responsabile scientifico dell’azienda che ha inventato le lenti, EnChroma, all’inizio voleva creare dispositivi di protezione destinati ai chirurghi che utilizzano i laser in sala operatoria. Ma nel 2010, durante una partita di ultimate frisbee, un compagno di squadra gli chiese di provare gli occhiali. Per la prima volta nella sua carriera sportiva, riuscì a vedere i coni arancioni che delimitavano il campo e il terreno di gioco verde.
Negli Stati Uniti e in Europa, ci sono musei o parchi in cui prendere in prestito gratuitamente un paio di occhiali speciali. In Italia, si è fatto alle Gallerie d’Italia di Milano e al Parco Nazionale della Maiella. Non solo. Il progetto ColoRaMi, promosso da Ravenna Mosaici, ha offerto ai visitatori daltonici l’opportunità di scoprire i capolavori musivi della città attraverso occhiali speciali.
La difficoltà nel distinguere alcuni colori può sembrare un problema di poco conto, ma nella vita quotidiana crea ostacoli a cui non si pensa. Dalle applicazioni per smartphone ai pulsanti di un sito internet, molti strumenti sono progettati facendo affidamento esclusivamente sul colore. Se due tonalità appaiono quasi identiche, utilizzare un software, leggere un grafico o interpretare una mappa può diventare complicato.
Negli ultimi anni, il mondo della tecnologia ha iniziato a prestare maggiore attenzione alle esigenze delle persone con discromatopsia. Aziende informatiche e sviluppatori hanno introdotto soluzioni che non si limitano a cambiare le tinte, ma aggiungono simboli, contrasti e indicatori grafici, rendendo le interfacce comprensibili anche a chi non distingue bene il rosso dal verde. È il principio del cosiddetto design inclusivo, che punta a creare prodotti utilizzabili dal maggior numero possibile di persone.
Modalità nelle app
Anche i sistemi operativi e molte applicazioni offrono oggi modalità dedicate, con filtri cromatici pensati per facilitare la lettura di testi, pulsanti, grafici e notifiche. In alcuni casi vengono modificati i contrasti, in altri si aggiungono elementi visivi che permettono di riconoscere una funzione senza affidarsi esclusivamente al colore.
Sono disponibili anche applicazioni per smartphone che identificano i colori, li nominano oppure li trasformano sullo schermo in tonalità più facilmente distinguibili. Alcune sfruttano la fotocamera del telefono per riconoscere in tempo reale il colore di un oggetto, altre modificano il contrasto delle immagini per renderle più leggibili.
Nonostante questi progressi, rimangono alcuni limiti. In Italia, infatti, determinate professioni continuano a richiedere una normale percezione cromatica, escludendo chi presenta alcune forme di discromatopsia. Un aspetto che alimenta il dibattito sull’opportunità di aggiornare criteri stabiliti molti anni fa, alla luce delle tecnologie oggi disponibili e delle reali esigenze delle diverse attività lavorative.
Si eredita dalla madre
Le discromatopsie sono distinte in base alle peculiarità. «Quando sono ereditarie significa che sono dovute ad alterazioni del cromosoma X», si legge sul sito dell’ospedale Niguarda di Milano. «Vuol dire che la trasmissione del difetto dipende dalla mamma, ma poi sono soprattutto gli uomini a soffrirne. Esistono anche forme acquisite: alcune tra le cause più frequenti sono le malattie della macula, la porzione centrale della retina».
Ma cosa vedono (o meglio, non vedono) le persone con discromatopsia? Dipende dai coni, le speciali cellule che consentono la percezione dei colori e che sono di tre tipi, a seconda della tinta che percepiscono: rosso, verde e blu. «Nel caso in cui fosse presente uno solo di questi fotorecettori, la visione è ridotta a una sola dimensione di colore e parliamo quindi di discromatopsia congenita monocromatica», scrivono gli specialisti del Niguarda. «Se invece abbiamo due coni su tre, siamo in presenza di una discromatopsia congenita discromatica e chi ne è affetto non è in grado di vedere il colore associato al fotorecettore mancante. Infine, se sono presenti tutti i tre i coni, ma hanno una funzionalità alterata, parliamo di discromatopsia congenita tricomatrica, che è la forma più diffusa, e di conseguenza ci possono essere problemi a riconoscere il verde, oppure lo si confonde con il rosso o il blu». Molto più rara invece è l’assoluta mancanza di percezione dei colori, definita acromatopsia, con una visione in bianco e nero.
Per diagnosticare le anomalie, vengono utilizzati soprattutto due test: il test di Ishihara e il test di Famsworth. Non si tratta affatto di una condizione invalidante. Chi ha una discromatopsia diventa presto in grado di associare il nome del colore effettivo a ciò che viene soggettivamente percepito, anche grazie all’aiuto degli altri.













