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Una splendida immagine che simboleggia l’emozione della nascita e l’amore genitoriale. Fa parte del progetto artistico e multisensoriale “profumo di vita #neldirittodelbambino” dedicato alla promozione dei diritti dell’infanzia e alla valorizzazione dei primi giorni di vita, ideato dalla fotografa e artista visuale Elena Givone in collaborazione con Andrea Alessandri e realizzato insieme all’Associazione Legal@rte, con la curatela di Roberta Di Chiara.
Quando un bambino nasce, non esiste un solo modo di accoglierlo. In alcuni ospedali i nonni non possono subito stringere tra le braccia il nipote appena venuto al mondo, in altri perfino gli amici possono prenderlo in braccio a poche ore dal parto. In certe strutture il neonato resta sempre accanto alla madre, nella stessa stanza, mentre in altre viene portato nel nido e affidato alle cure del personale sanitario. Talvolta viene appoggiato sul petto della mamma appena nato, in altri casi quel primo contatto viene rimandato.
La nascita, insomma, spesso a pochi chilometri di distanza, può diventare un’esperienza molto diversa a seconda dell’ospedale in cui avviene. Ma è possibile che in Italia si nasca in modi così differenti? Chi decide? E, soprattutto, esistono delle linee guida?
Contatto pelle a pelle
Se c’è un filo che unisce o talvolta divide i punti nascita italiani, è proprio l’idea di vicinanza. A fotografare la situazione è il Rapporto sulla fase iniziale del progetto Policy Aziendale sull’Allattamento, pubblicato nel 2024 e basato sull’analisi di 111 punti nascita in 14 Regioni. Si tratta di un documento prodotto dalle società scientifiche che si occupano dell’assistenza perinatale e dalle federazioni nazionali delle ostetriche e degli infermieri.
I dati mostrano che non è ancora un’esperienza garantita ovunque il cosiddetto contatto pelle a pelle o skin-to-skin, la pratica che prevede che il neonato venga appoggiato direttamente sul petto della madre subito dopo la nascita, senza interposizioni. Una piccola quota di strutture, circa il 4,5%, non lo pratica affatto, mentre il 43,8% lo riserva ai soli parti vaginali. Poco più della metà, il 51,7%, riesce invece a garantirlo anche dopo un cesareo. Una situazione simile riguarda il rooming-in, cioè la permanenza del neonato nella stessa stanza della madre per 24 ore su 24, subito dopo la nascita. Formalmente è previsto ovunque, ma nella pratica solo l’83,4% dei punti nascita riesce a garantirlo in modo continuativo.
«Questi numeri raccontano un sistema in trasformazione, dove l’attenzione alla relazione madre-neonato sta crescendo, ma non è ancora uniforme», commenta Silvia Vaccari, presidente della Federazione nazionale degli ordini della professione di ostetrica (Fnopo). «È proprio dentro questa idea di presenza che si inserisce anche un altro livello, meno clinico ma molto concreto: chi può stare accanto alla madre e con quali modalità».
Qui le regole sono variabili. Al di là del partner o della persona di fiducia scelta dalla donna, che solitamente può entrare in sala parto e rimanere in camera dopo la nascita del bambino, si apre il tema di amici, nonni e altri familiari. In molte strutture la loro presenza è organizzata in modo piuttosto aperto: amici e parenti possono entrare direttamente nella stanza dove si trovano madre e bambino, già nelle ore successive al parto.
Coccolati 24 ore su 24
In alcuni casi questa presenza è consentita 24 ore su 24, con modalità pensate per favorire una certa continuità nelle visite. È il caso, per esempio, del Percorso fisiologico all’ospedale Sant’Anna di Torino, dove l’accesso è sempre possibile, ma con una regola precisa: in camera può entrare una sola persona alla volta. Questo significa che amici, nonni e parenti possono vedere in qualunque momento il neonato, alternandosi nel corso della giornata.
«Chi entra può restare accanto alla neomamma e sostenerla nell’accudimento del proprio figlio, se lei lo desidera», interviene Letizia Francese, ostetrica del Sant’Anna. «Questo non è pericoloso: il neonato nasce già con gli anticorpi che la madre gli ha trasmesso attraverso la placenta, che lo proteggono per circa i primi sei mesi di vita extrauterina. Tra l’altro, gli anticorpi della mamma sono stati prodotti anche in risposta ai microbi dell’ambiente in cui ha vissuto ogni giorno: in pratica, il suo sistema immunitario è “adattato” alle persone che frequentano abitualmente la famiglia. Per questo, il contatto con amici e familiari in buona salute non rappresenta un rischio, ma rientra in un processo naturale che aiuta il bambino a costruire il proprio sistema immunitario e il microbiota intestinale. Anzi, se dobbiamo parlare di rischi, quelli più rilevanti non riguardano le visite dei propri cari, ma le infezioni ospedaliere, su cui manteniamo la massima attenzione».
In quest’ottica, anche fratellini e sorelline possono entrare, sempre allo scopo di favorire da subito la dimensione familiare. «Questa possibilità viene ridotta o sospesa solo nei periodi in cui aumenta il rischio di infezioni respiratorie nei più piccoli, come nel caso delle bronchioliti, tipiche dei mesi freddi», aggiunge Francese. «In generale, l’accesso di tutti i visitatori è sempre accompagnato da alcune attenzioni di base, che valgono indipendentemente dall’età: il rispetto delle condizioni igieniche, a partire dal lavaggio delle mani e dall’assenza di sintomi influenzali o respiratori».
Gli orari da rispettare
Altrove, invece, vanno rispettati degli orari: alla Clinica Mangiagalli di Milano, per esempio, il papà o la persona di riferimento può accedere alla stanza di degenza dalle 8 alle 20. Tutti gli altri parenti e amici solo dalle 18 alle 20, possibilmente uno per volta, anche se c’è flessibilità.
In altri ospedali, al contrario, non è previsto un libero accesso nelle camere. «Mentre il partner o una persona di fiducia può restare accanto a mamma e bambino per gran parte della giornata, parenti e amici possono incontrare i genitori in spazi dedicati all’esterno del reparto, concordando modalità e tempi», dice Maria Luisa Ventura, direttore di Neonatologia e Terapia intensiva neonatale dell’ospedale San Gerardo di Monza.
Manca la normativa
Insomma, in Italia non esiste una legge nazionale che imponga come debbano essere gestite le prime ore di vita dei neonati. Ci sono delle raccomandazioni, come quelle contenute nel documento sul rooming-in pubblicato nel 2024 dal ministero della Salute, ma la loro applicazione concreta dipende dai singoli contesti. La sanità è organizzata su base regionale e sono i comitati tecnico-scientifici locali a tradurre le indicazioni in protocolli operativi, generando le differenze tra un ospedale e l’altro.
«A pesare sono soprattutto due elementi, ovvero le risorse umane e quelle strutturali», interviene Elsa Viora, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Dopo il parto, per esempio, non basta semplicemente mettere il neonato in camera: serve personale in grado di affiancare la madre, guidarla nell’accudimento e supportarla nelle prime ore, quando è stanca e spesso inesperta, soprattutto quando è al primo figlio».
E poi contano gli spazi. Non tutte le strutture sono state progettate per consentire la permanenza continua del neonato accanto alla madre: servono stanze sufficientemente ampie con uno spazio per la culla, un’area per il cambio, servizi igienici adeguati e condizioni che permettano di gestire il bambino in sicurezza. «Molti ospedali italiani sono stati costruiti decenni fa, con grandi stanze comuni», aggiunge Viora. «Trasformarli in reparti centrati sulla diade madre-bambino richiede investimenti importanti, lavori strutturali, chiusure temporanee».
Le stesse esigenze riguardano anche il contatto pelle a pelle subito dopo la nascita. «Bisogna controllare che il respiro del bambino sia regolare, che la posizione del capo consenta alla bocca e al naso di essere liberi, che il colorito cutaneo sia roseo e che la sua temperatura sia adeguata», continua Viora. «Per le madri sonnolente o sotto l’influenza di anestetici, è necessaria una sorveglianza ancora più stretta da parte del personale sanitario e non tutte le strutture possono garantire questo supporto in ogni momento. Magari può capitare che la nascita avvenga durante un’emergenza o un picco di attività, rendendo difficile assicurare la presenza continua accanto alla mamma e al bambino».
Lo stesso vale per la gestione delle visite dei parenti: non tutte le strutture riescono a garantire le stesse modalità di accesso, proprio perché incidono gli stessi fattori organizzativi, dalla disponibilità di personale agli spazi.
Il ruolo dei papà
Al di là dei vincoli logistici, c’è poi un altro elemento decisivo: la volontà della madre. È lei a stabilire quanto e come condividere quei momenti con gli altri. «Anche il contatto pelle a pelle non è una procedura automatica: viene suggerito, ma mai imposto», dice ancora Francese del Sant’Anna di Torino. «Ci sono donne che, per stanchezza, per come è andato il parto o semplicemente per scelta personale, preferiscono rimandare. Il nostro compito è accompagnare, non forzare. In quei casi, si propone il pelle a pelle al partner».
Quando invece le condizioni cliniche lo permettono e la donna acconsente, il neonato viene adagiato subito sul petto della madre e, in quell’istante, comincia un primo incontro fatto di calore, odore, contatto. Mamma e figlio iniziano a riconoscersi attraverso i cinque sensi, in un gesto antico e istintivo. «In quella fase interveniamo il meno possibile: copriamo entrambi con un telo caldo e morbido, lasciando che si conoscano», spiega Francese. «È bene che il contatto prosegua senza interruzioni per almeno un’ora o, comunque, fino a quando il neonato completa la prima poppata. In questo tempo il bambino ha la possibilità di muoversi spontaneamente verso il seno e iniziare a succhiare, favorendo così un avvio naturale e sereno dell’allattamento». Tutto avviene seguendo i tempi fisiologici, senza fretta, senza interruzioni inutili.
Anche la gestione del cordone ombelicale risponde a questa logica di gradualità. «Se tutto procede bene, non serve tagliarlo subito», continua l’ostetrica torinese. «Possiamo aspettare qualche minuto, accompagnando con delicatezza il bambino nel passaggio alla vita fuori dall’utero. Se le condizioni lo consentono, con il supporto dell’ostetrica, il partner può reciderlo: un gesto semplice ma carico di significato, che rende chi è accanto alla donna parte attiva della nascita».
Nei parti cesarei l’obiettivo è lo stesso, ma con qualche adattamento. «Se la madre è sveglia e cosciente, il neonato viene avvicinato attraverso un foro apposito nel telo che normalmente separa il campo sterile chirurgico dalla parte superiore del corpo materno, mentre il cordone ombelicale è ancora attaccato alla placenta», specifica Anna Locatelli, direttrice della struttura complessa di Ostetricia dell’ospedale San Gerardo di Monza. «Se invece la madre non può tenerlo subito fra le braccia, proponiamo il contatto pelle a pelle al papà: basta che scopra il petto. Non è un’alternativa “di ripiego”, ma una risorsa reale per il neonato. Il contatto aiuta a stabilizzarlo e, allo stesso tempo, attiva nel padre risposte biologiche importanti, riducendo lo stress e favorendo il legame. Spesso è proprio in quel momento che prende forma la paternità».
Coniugare umanità e scienza
In generale, da qualche anno, in Italia sta prendendo piede il nuovo paradigma dell’assistenza sanitaria: quello dell’umanizzazione delle cure, che vuol dire coniugare umanità e scienza mettendo le persone e le relazioni umane al centro di ogni azione.
In questa direzione, anche gli spazi e l’organizzazione dei reparti materno-infantili stanno cambiando, seppure con differenze ancora evidenti tra una struttura e l’altra. Ci sono ospedali che propongono soluzioni organizzative e strutturali pensate per aumentare sicurezza e comfort quando il neonato resta in camera con la mamma. «Abbiamo introdotto di recente le culle per il co-sleeping sicuro, il cosiddetto “sonno condiviso”, affiancate al letto materno», racconta Pasquale Gallo, direttore dell’unità operativa complessa di Ostetricia e Ginecologia all’ospedale Cardarelli di Napoli. «Si tratta di piccoli lettini dotati di sponde regolabili che permettono al neonato di dormire accanto alla mamma senza rischi: il bambino resta protetto in uno spazio separato, ma a portata di mano. Questo facilita l’allattamento notturno, riduce la necessità di spostamenti e permette alla madre di riposare meglio, soprattutto dopo un parto faticoso o un cesareo».
Persino nei contesti più delicati, come la terapia intensiva e subintensiva neonatale, si punta a un modello di vicinanza familiare. «Qui, dove spesso i tempi della degenza si prolungano ben oltre quelli della madre, i nostri neonati sono accolti in stanze dedicate a un solo bambino», racconta Maria Luisa Ventura del San Gerardo di Monza, «con la possibilità per uno dei genitori di restare accanto al figlio grazie alla presenza di un letto e di spazi di supporto per la permanenza, come servizi igienici, aree soggiorno e altri servizi dedicati ai caregiver».
Per i bimbi nati prematuri o comunque di peso molto basso, che hanno bisogno di stare in incubatrice, è stata introdotta la marsupio-terapia (o kangaroo care): in alcuni orari prefissati e per tempi determinati si mette il bimbo nudo sul petto materno. Se questo non è ancora possibile, il contatto passa attraverso gesti più delicati ma comunque profondi. I genitori possono inserire le mani all’interno della culletta termica e appoggiarle sul corpo del neonato con una presa contenitiva: una mano a coppa sulla schiena e l’altra sul torace o sull’addome, creando una sorta di “nido” protettivo. È un tocco fermo ma gentile, che evita stimoli bruschi e trasmette al bambino una sensazione di contenimento, calore e sicurezza.
L’esempio della Svezia
La sensibilità sui temi infantili è aumentata. «Questo grazie a un orientamento sempre più diffuso a livello europeo, soprattutto nei Paesi del Nord come Svezia o Norvegia, dove la cultura della nascita valorizza il benessere emotivo e fisico del neonato fin dai primi istanti di vita», interviene Massimo Agosti, presidente della Società italiana di neonatologia (Sin).
Nella nostra Italia, segnata da una forte denatalità, ogni nascita assume un valore ancora più rilevante. «I neonati sono meno di un tempo», evidenzia Agosti, «e proprio per questo richiedono un’attenzione ancora maggiore: non solo dal punto di vista medico, ma anche relazionale».
In questa prospettiva si inseriscono le numerose politiche di promozione del contatto precoce, sostenute da evidenze scientifiche sempre più solide. «Per esempio, il contatto pelle a pelle aiuta il neonato a stabilizzare respiro e temperatura corporea, favorisce l’avvio dell’allattamento e riduce lo stress, facilitando l’adattamento alla vita fuori dall’utero», racconta Agosti. Allo stesso modo, la permanenza continua accanto alla madre consente di rispondere subito ai bisogni del bambino e rafforza il legame emotivo.
Una ricerca pubblicata nel 2017 sulla rivista Pediatrics ha persino dimostrato che gli effetti di questa vicinanza possono durare nel tempo: a vent’anni di distanza, chi ne aveva beneficiato mostrava migliori esiti cognitivi, comportamentali e relazionali, segno che quel contatto iniziale lascia tracce profonde e durature.
Non sorprende quindi che l’Organizzazione mondiale della sanità e il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) abbiano inserito il contatto precoce tra i dieci passi che fin dal 1989 definiscono cosa dovrebbe fare un servizio di maternità per sostenere le donne nei primi giorni di vita del bambino.
A confermarlo c’è un ulteriore studio del 2020 pubblicato su Frontiers in Pediatrics, condotto su 328 madri e 333 neonati al Policlinico di Milano. Quasi tutte le donne conoscevano il rooming-in, ma solo la metà riusciva a praticarlo in modo continuativo. Le principali difficoltà erano la stanchezza e il dolore del cesareo, soprattutto nelle ore notturne. Eppure, chi aveva potuto rimanere accanto al proprio bambino mostrava maggiore sicurezza, un rapporto più sereno e un più alto tasso di allattamento al seno.
Come scegliere l’ospedale?
Di fronte a un panorama in evoluzione, come capire quale punto nascita può offrire le pratiche e il supporto che desideriamo per il primo incontro con il nostro bambino? Un primo riferimento utile è la carta dei servizi della struttura, che offre indicazioni sulle proposte e sull’organizzazione dei diversi punti nascita, anche se non sempre sono di immediata lettura per le famiglie. «Più accessibile è il confronto diretto con le ostetriche, in particolare nei corsi di accompagnamento alla nascita, dove è possibile porre domande concrete e capire come vengono realmente applicate pratiche come il pelle a pelle e la degenza in camera del bambino dopo la nascita», suggerisce Silvia Vaccari della Fnopo.
Anche i numeri dei parti annui e l’organizzazione complessiva possono aiutare a orientarsi, così come la presenza di certificazioni nazionali e internazionali come “Ospedale amico del bambino”, che indicano un’attenzione specifica all’allattamento e alle buone pratiche neonatali.
«Altrettanto fondamentale è la possibilità di conoscere la struttura prima del parto», ammette Vaccari. «Gli open day dei punti nascita permettono di visitare i reparti, parlare con gli operatori e farsi un’idea dell’ambiente, un passaggio che molte donne descrivono come decisivo per sentirsi accolte e sicure. Accanto ai dati e ai servizi, infatti, resta centrale un elemento più difficile da misurare: la fiducia. L’impressione di sentirsi “nel posto giusto” e la qualità della relazione umana spesso pesano quanto, se non più, delle dotazioni tecniche».
Scegliere vuol dire informarsi ma anche ascoltarsi: intrecciare dati e sensazioni, competenze e vissuto personale, per trovare il contesto in cui vivere il primo incontro con il proprio bambino nel modo più sicuro e rispettoso possibile.











