Negli ultimi dieci anni, la mortalità oncologica in Italia è diminuita di circa il 9%. Oggi, una persona su due colpita da tumore guarisce e, per alcune delle neoplasie più diffuse, i risultati sono ancora più incoraggianti: il tasso di sopravvivenza a cinque anni per il tumore della mammella sfiora l’89%, mentre per quello del colon-retto supera il 67%. Numeri che testimoniano una trasformazione profonda della lotta contro il cancro, resa possibile da decenni di ricerca, innovazione e progresso scientifico.
Tra i protagonisti di questo percorso c’è Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, che da oltre sessant’anni sostiene con continuità la ricerca indipendente in Italia, finanziando migliaia di scienziati e contribuendo alla crescita di una comunità scientifica riconosciuta a livello internazionale. Un impegno fondato sulla qualità, sulla valutazione rigorosa dei progetti e sulla capacità di creare una rete diffusa di competenze e talenti.

A guidarne la direzione scientifica è Anna Mondino, immunologa e ricercatrice di fama internazionale, che ha costruito la propria carriera tra laboratori di eccellenza e istituzioni scientifiche, contribuendo con la sua ricerca a nuove conoscenze e alla definizione di opportunità terapeutiche da trasferire alla pratica clinica.

Dottoressa Mondino, i sessant’anni di ricerca sostenuta da Fondazione Airc hanno contribuito a un netto miglioramento della sopravvivenza: quali risultati considera più emblematici in questo percorso?
«Il cambiamento è stato radicale. Siamo passati da quello che veniva chiamato “il brutto male”, una malattia di cui non si parlava quasi per scaramanzia, a una condizione che oggi, in molti casi, è curabile. Circa il 50% delle persone che ricevono una diagnosi di cancro può arrivare a guarigione, cioè a un’aspettativa di vita sovrapponibile a chi non si è mai ammalato. Questo è stato possibile perché la ricerca ha trasformato completamente la nostra conoscenza del tumore».

Che cosa lo ha permesso?
«La possibilità di studiare le cellule tumorali in modo molto più approfondito. Oggi non ci limitiamo a identificare dove nasce una malattia, ma siamo in grado di comprenderne le caratteristiche genetiche e biologiche, il modo in cui si sviluppa, come interagisce con i tessuti circostanti e persino il dialogo che instaura con il sistema immunitario. Queste conoscenze ci hanno insegnato che non esiste un solo tumore, ma molte malattie diverse, spesso con caratteristiche uniche per ciascun paziente. Questo ci consente di scegliere strategie sempre più mirate e personalizzate, con l’obiettivo non solo di trattare la malattia, ma di accompagnare la persona nel suo complesso».

Per anni il sistema immunitario è stato quasi ignorato in oncologia, oggi invece ha un ruolo centrale. Perché?

«Per molto tempo oncologia e immunologia hanno viaggiato su binari separati. Oggi invece sappiamo che il sistema immunitario è uno degli strumenti più potenti che abbiamo. Le cellule immunitarie possono riconoscere e controllare quelle tumorali, spesso senza che ce ne accorgiamo. È come se ogni giorno il nostro corpo eliminasse potenziali trasformazioni tumorali prima che diventino un problema clinico».

Su questa base si è sviluppata l’immunoterapia?
«Esattamente. Una delle grandi rivoluzioni degli ultimi anni è stata quella di capire che il sistema immunitario non è soltanto una barriera di difesa contro virus e batteri, ma può diventare un alleato prezioso anche nella lotta contro il cancro. Oggi sappiamo che il nostro organismo è spesso in grado di riconoscere e controllare cellule potenzialmente tumorali, ma che alcuni tumori riescono a sfuggire a questa sorveglianza. L’immunoterapia nasce proprio da questa consapevolezza: aiutare il sistema immunitario a “vedere” meglio il tumore e a combatterlo con maggiore efficacia».

E come si fa?
«Possiamo riuscirci in diversi modi. Esistono strategie preventive, come le vaccinazioni contro il papillomavirus o il virus dell’epatite B, che riducono il rischio di sviluppare alcuni tumori. Poi ci sono farmaci innovativi che “risvegliano” i linfociti T, le cellule incaricate di difendere l’organismo, restituendo loro la capacità di attaccare le cellule tumorali. Queste terapie, note come inibitori dei checkpoint immunitari, hanno rappresentato una svolta nella cura di diversi tumori. Oggi ci stiamo spingendo ancora oltre con approcci sempre più sofisticati, come le Car-T, terapie in cui i linfociti del paziente vengono modificati in laboratorio per riconoscere con estrema precisione il bersaglio tumorale. È un esempio straordinario di come la ricerca sia riuscita a trasformare una conoscenza biologica di base in una concreta opportunità di cura».

Eppure, non tutti i tumori rispondono alle terapie allo stesso modo. Perché alcuni restano così difficili da trattare?
«Perché il cancro è una malattia dinamica. Non è fermo, ma evolve continuamente. Può sviluppare resistenze alle terapie e modificare il proprio ambiente interno, quello che chiamiamo microambiente tumorale. È un sistema complesso, fatto non solo di cellule cancerose ma anche di cellule normali che lo circondano e che possono, in alcuni casi, favorirne la crescita o proteggerlo».

In alcuni casi si parla di “invisibilità” del tumore rispetto al sistema immunitario. È corretto?
«Alcuni tumori sviluppano strategie per sfuggire al controllo immunitario o per nascondersi. Non è una vera invisibilità, ma una capacità di “ingannare” i sistemi di difesa. Questo spiega perché alcune terapie funzionano inizialmente e poi perdono efficacia».

Ci sono tumori più complessi di altri da questo punto di vista?
«Quello del pancreas, per esempio, è tra i più difficili: spesso viene diagnosticato tardi e presenta un ambiente che lo protegge dalle terapie. Anche il tumore del polmone resta una sfida importante: conosciamo sempre di più la malattia, ma non abbastanza per renderla sempre guaribile».

Nonostante questo, si parla sempre più spesso di cronicizzazione del tumore. Cosa significa?
«Vuol dire che in molti casi non si riesce ancora a eliminare completamente la malattia, ma si riesce a controllarla nel tempo, trasformandola in una condizione con cui si può convivere. È un cambiamento enorme rispetto al passato. L’obiettivo della ricerca resta però chiaro: arrivare il prima possibile alla diagnosi e sviluppare terapie sempre più risolutive».

Che ruolo ha Fondazione Airc per la ricerca sul cancro?
«Fin dalle sue origini, ha avuto il merito di comprendere due esigenze fondamentali per il progresso della ricerca: la necessità di investire nella conoscenza e quella di formare nuove generazioni di scienziati. Airc ha costruito un modello capace di accompagnare i ricercatori lungo tutto il loro percorso, dalle prime esperienze fino ai programmi dedicati agli scienziati più affermati. Oggi sosteniamo migliaia di ricercatori attraverso strumenti diversi. Da una parte finanziamo progetti proposti direttamente dalla comunità scientifica, idee che nascono nei laboratori e che vengono selezionate esclusivamente sulla base della qualità, dell’innovazione e del merito. Dall’altra promuoviamo grandi programmi strategici su temi che riteniamo cruciali per il futuro dell’oncologia, come la malattia metastatica o la medicina di precisione, favorendo la collaborazione tra gruppi di ricerca con competenze complementari».

È proprio questa capacità di mettere in rete professionalità diverse uno degli aspetti più preziosi del modello Airc?
«Sì, le grandi sfide dell’oncologia non possono essere affrontate da un singolo laboratorio: richiedono il contributo di biologi, immunologi, genetisti, clinici e specialisti di molte discipline diverse. Quando queste competenze si incontrano attorno a una stessa domanda clinica, si crea un ambiente straordinariamente fertile per l’innovazione».

Come avviene la selezione dei progetti?
«In modo molto rigoroso e trasparente. Tutto parte dal ricercatore, che sviluppa un’idea, la confronta con le conoscenze scientifiche disponibili a livello internazionale e la traduce in un progetto dettagliato da sottoporre a un’agenzia di finanziamento, come la nostra Fondazione. A quel punto entra in gioco il sistema di valutazione. Ogni proposta viene affidata a esperti internazionali indipendenti, selezionati in base alle loro competenze specifiche nell’ambito di ricerca interessato. I revisori analizzano il progetto sotto diversi aspetti: il grado di innovazione dell’idea, la sua fattibilità, il profilo scientifico del ricercatore che la propone e la qualità dell’istituto che ospiterà la ricerca. Al termine del processo viene stilata una graduatoria e i finanziamenti vengono assegnati ai progetti ritenuti più promettenti. In altre parole, vengono premiate le idee migliori, ma anche la capacità di chi le propone di trasformarle in risultati concreti».

Su quanti revisori potete contare?
«Su una rete di circa 600 revisori provenienti dai principali centri di ricerca del mondo. Molti lavorano negli Stati Uniti, altri in Canada, Europa, Australia, Israele. È una comunità scientifica internazionale che contribuisce a garantire qualità, imparzialità e trasparenza».

La ricerca è anche costosa. Quali sono le principali voci di spesa?
«Tutto, in realtà. La ricerca coinvolge molto più del solo lavoro in laboratorio. I costi riguardano innanzitutto le persone, ma anche i materiali necessari per gli esperimenti, le apparecchiature e le tecnologie sempre più avanzate che utilizziamo ogni giorno. Negli ultimi anni gli strumenti sono diventati molto più sofisticati e ci permettono di ottenere informazioni impensabili fino a poco tempo fa, ma richiedono investimenti importanti. A questo si aggiungono la formazione, le collaborazioni internazionali e la diffusione dei risultati scientifici. Finanziare la ricerca significa quindi sostenere un intero ecosistema che rende possibile trasformare una scoperta in una nuova opportunità di cura per i pazienti».

Cosa l’ha portata a dedicarsi alla ricerca sul cancro?
«Tutto è iniziato ai tempi del liceo, quasi per curiosità. Un libro regalato dalla mia mamma, I cacciatori di microbi del batteriologo statunitense Paul de Kruif, mi ha fatto capire che la scienza è un modo straordinario per porsi domande. Da lì è nata la scelta di entrare in questo mondo. La ricerca è una continua sfida: ogni giorno si lavora nell’incertezza, ma con la consapevolezza che una risposta esiste, anche se bisogna ancora trovarla».

Il suo percorso attraversa continenti e scelte importanti.
«Sono partita da Torino, poi durante il dottorato mi sono trasferita a New York per studiare i meccanismi che regolano le cellule tumorali. Successivamente sono andata in Minnesota, dove mi sono avvicinata all’immunologia, un campo che avrebbe poi segnato tutta la mia carriera. È stato anche un percorso di vita: quando ho seguito mio marito negli Stati Uniti, ho imparato che una carriera scientifica può convivere con una famiglia, anche se non sempre è semplice».

Quando è tornata in Italia, ha trovato un’occasione che segna una svolta importante, vero?
«Fondazione Airc aveva appena lanciato un programma innovativo per sostenere i giovani ricercatori indipendenti. Avevo poco più di trent’anni e due bambini piccoli. Mi è stata data fiducia e ho potuto sviluppare un progetto allora molto pionieristico: studiare come utilizzare e modificare i linfociti per renderli più efficaci contro il tumore. Oggi alcune di quelle intuizioni sono diventate realtà clinica. Da allora ho trascorso venticinque anni al San Raffaele, lavorando in un contesto scientifico straordinario e mantenendo sempre un forte legame con Airc».

Oggi lei è direttrice scientifica. Come vive questo ruolo?
«In modo molto particolare, direi non istituzionale nel senso rigido del termine. Mi sento soprattutto una rappresentante dei ricercatori. Vengo da quel mondo, conosco bene le difficoltà, le incertezze, ma anche l’entusiasmo che nasce da un’idea. Ricordo ancora il giorno in cui ottenni la mia prima borsa di studio: ebbi la sensazione che qualcuno avesse riconosciuto il valore di una mia intuizione. È una sensazione che molti ricercatori raccontano ancora oggi».

La ricerca è anche un esercizio di fallimento e ripartenza?
«Assolutamente sì. Il ricercatore è un sognatore che formula ipotesi, sapendo che potrebbero essere sbagliate. Ma proprio quando un’ipotesi non funziona, si apre una nuova strada. È un metodo mentale che dovrebbe appartenere anche alla società più in generale: la capacità di sbagliare, capire e ripartire».

Il suo lavoro la porta anche nelle scuole e tra i cittadini. Che ruolo ha la divulgazione scientifica?
«Un ruolo centrale. Ho un’agenda molto intensa, ma è una parte del lavoro che considero fondamentale. Andiamo nelle scuole, dagli studenti delle medie fino alle università, e portiamo i ricercatori nei laboratori. Incontriamo anche i cittadini nelle piazze, nelle parrocchie, nelle associazioni. È un dialogo continuo».

Quanto è importante la fiducia delle persone per Fondazione Airc?
«È decisiva. I dati ci dicono che circa nove italiani su dieci conoscono la Fondazione e una grande maggioranza ha fiducia nella ricerca come strumento per trovare una cura contro il cancro. Senza questa fiducia, il sistema non potrebbe funzionare: per esempio, grazie alla scelta dei contribuenti di destinare il proprio 5x1000 alla ricerca sul cancro, Airc è il primo ente beneficiario del terzo settore, permettendo di dare vita a programmi speciali dedicati alle metastasi che hanno prodotto importanti risultati clinici».

Molti, però, non sanno che tra laboratorio e cura passano anni.
«Sì, ed è importante dirlo chiaramente. Dalla scoperta iniziale alla sperimentazione clinica possono passare anche 5-15 anni. Le fasi sono molte e complesse. La ricerca non è un gesto immediato, ma un percorso lungo che richiede continuità e investimenti».

Qual è la sua ambizione più grande?
«Contribuire a costruire un futuro in cui la ricerca italiana possa crescere ancora, trattenere e attrarre talenti, trasformare le idee in terapie reali. E farlo mantenendo vivo quello spirito iniziale: la curiosità».

Perché la curiosità resta il motore di tutto?
«Sì. La curiosità, insieme alla perseveranza. Non sempre le risposte sono immediate, ma questo non significa che non esistano. Vuol dire solo che vanno cercate meglio, con strumenti diversi».