La buona notizia è arrivata dall’Australia, primo Paese al mondo ad azzerare il tumore al collo dell’utero fra le ragazze al di sotto dei 25 anni (il rapporto si riferisce al 2021, l’anno per cui sono disponibili gli ultimi dati). La nazione è la più vicina al traguardo di dichiarare estinta una forma di cancro dal proprio territorio, dopo essere stata la prima a introdurre nel 2007 il vaccino contro il virus Hpv. L’Australia ha uno dei tassi di immunizzazione più alti al mondo: oggi è all’80%.
«È la diffusione del vaccino anti-Hpv ad aver portato alla forte diminuzione dell’incidenza delle lesioni precancerose», spiega Maria Lina Tornesello, responsabile della struttura complessa di Biologia molecolare e Oncogenesi virale dell’Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale di Napoli. «Sono queste lesioni, infatti, se non trattate, a causare il tumore».

Un’infezione pericolosa
L’infezione da Hpv (sigla che sta per Human papilloma virus) è la malattia sessualmente trasmessa più frequente nella popolazione.
«Nella maggior parte dei casi non ci accorgiamo neanche di essere stati contagiati (a essere colpite sono soprattutto le giovani donne fino ai 25-30 anni), perché il virus non causa nessuna patologia e viene eliminato spontaneamente dal nostro sistema immunitario», continua la biologa. «Se ciò non avviene, però, dà origine a un’infezione persistente, che dopo molti anni può causare alcuni tipi di tumore: quello della cervice uterina, principalmente - la cui incidenza maggiore si registra intorno ai 40-50 anni -, ma anche altri tumori ano-genitali (ano, vagina, vulva, pene) e della regione testa-collo (orofaringe)». Per questo la prevenzione è fondamentale e il vaccino è l’arma più potente di cui disponiamo.

I test ginecologici
Di Hpv non ce n’è uno solo: esistono centinaia di ceppi diversi. Il vaccino attuale previene quelli più aggressivi e pericolosi. «I ceppi che infettano le mucose sono circa 50, ma tra questi solo 12 sono stati individuati nei tumori invasivi e nelle lesioni di alto grado», prosegue Tornesello. «Nel corso degli anni l’efficacia del vaccino è stata ampliata, e ora disponiamo di una vaccinazione nonavalente, che include l’Hpv tipo 16 e 18 – come ceppi legati al tumore – e il tipo 6 e 11, legati ai condilomi, ai quali si sono aggiunti altri cinque genotipi. Ciò ha fatto sì che sia garantita la prevenzione dei tumori fino al 90%».
Certo, resta ancora un 10% di rischio: «Proprio per questo, oltre alla vaccinazione, va sempre eseguito lo screening oncologico (Pap test) per le donne dai 25-30 anni e, oltre i 30, la ricerca del virus nelle cellule esfoliate della cervice uterina (Hpv-Dna test)».

Quali rischi si corrono
«Il messaggio importante da trasmettere, soprattutto alle giovani donne», precisa l’esperta, «è che la vaccinazione – prevenendo l’attecchimento dell’infezione e quindi lo sviluppo delle lesioni pre-cancerose - evita gli interventi di rimozione (come laser terapia o conizzazione), che possono aumentare il rischio di complicanze in una futura gravidanza. Quindi con il vaccino non si previene solo il tumore invasivo, ma anche tutte le condizioni pre-neoplastiche che hanno comunque un impatto importante sulla vita sessuale e riproduttiva della donna, con una forte componente psicologica».
Inoltre va sottolineato che l’utilizzo del vaccino ha portato alla quasi totale eliminazione delle altre lesioni a livello genitale (come i condilomi), che sono sì benigne, ma molto fastidiose e dolorose (a volte di grandi dimensioni), e possono coinvolgere anche la mucosa anale.
«Il vaccino previene anche infezioni che, sebbene raramente trasmesse, possono essere pericolose nei bambini», dice Tornesello. «Le donne vaccinate che oggi partoriscono per via naturale non trasmettono l’Hpv al neonato, per cui nel piccolo non ci sarà il rischio di sviluppare la papillomatosi della laringe. E questa è un’altra forma importante di prevenzione».

Sydney, esempio da seguire
«Come oncologa, non vorrei più vedere pazienti colpiti da tumori Hpv-correlati», dice Rossana Berardi, professoressa ordinaria di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e direttrice della Clinica oncologica dell’Azienda ospedaliero universitaria delle Marche. «Ormai sappiamo che è possibile renderli rari, addirittura eliminarli.
In Italia, nel 2020, il carcinoma della cervice uterina ha rappresentato il quinto tumore per frequenza nelle donne sotto i 50 anni di età. È un fardello che potremmo evitare: l’Hpv causa almeno sette tipi di tumori – cervicale, anale, orofaringeo, vulvare e altri – che generano una sofferenza fisica duratura, un impatto psicologico devastante e un carico significativo per il sistema sanitario. Ma, grazie alla vaccinazione, tutto questo potrebbe diventare storia. L’Australia ci ha dimostrato che l’obiettivo è raggiungibile: dove sono state implementate strategie vaccinali strutturate e sistematiche, l’Hpv è stato eradicato e i tumori correlati sono diventati rari. È fondamentale che il Piano oncologico nazionale italiano abbracci questa priorità con la stessa determinazione».

Come immunizzarsi in Italia
I vaccini anti-Hpv sono raccomandati in Italia a partire dal compimento degli 11 anni a ragazze e ragazzi, perché anche i maschi possono sviluppare alcuni tipi di cancro associati a questa infezione. Inoltre, vaccinando i ragazzi di entrambi i sessi, si limita ulteriormente la circolazione virale. La somministrazione avviene per via intramuscolare e consiste in due richiami per chi si vaccina prima dei 15 anni, e in tre per chi si vaccina successivamente.
A partire dal 2017 nel nostro Paese è in uso il vaccino, detto nonavalente (diretto contro sette ceppi virali a maggiore rischio di provocare tumori e due ceppi che sono causa di condilomi acuminati e di papillomatosi delle vie respiratorie).
La vaccinazione in Italia è gratuita e consigliata per:
• donne, fino a circa 25–26 anni, a seconda della regione;
• uomini, fino a 18–26 anni, a seconda della regione.