Anni fa, se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei corso la maratona di New York, lo avrei preso per matto. Per molto tempo non sono riuscito a immaginare un traguardo più lontano di pochi metri. Invece, a novembre 2025, quando ho tagliato quella linea arancione tra il frastuono della folla, ho sentito il corpo restituirmi qualcosa che credevo perduto: la libertà di respirare senza paura, di muovermi senza il timore che ogni passo potesse tradirmi.
Nel 2007 avevo 31 anni quando un incidente in moto nella mia città, Palermo, ha stravolto la strada che pensavo di avere davanti. Ricordo ancora quel rumore secco, improvviso, come un’esplosione che non senti con le orecchie, ma direttamente nel petto. Mi portarono in ospedale e mi dissero che, oltre ai traumi e alle ossa rotte, si era staccato il diaframma, cioè il muscolo sottile che separa torace e addome, permettendoci di respirare.

Salute e medicina

Ernia diaframmatica: va operata d’urgenza

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All’epoca non esisteva un intervento per riparare la lesione e, dopo due mesi di ricovero, mi dimisero. Il mio corpo però non seguiva più il suo ritmo naturale, come un’orchestra che continua a suonare ma con troppi strumenti scordati.

«Ma come un trapianto?»
Per 16 anni, il diaframma danneggiato influenzava il modo in cui respiravo, i movimenti che riuscivo a fare. Nel frattempo, era nata mia figlia e io ero sempre senza fiato, incapace di correrle accanto. Ero arrivato a pesare quasi 90 chili. Una sera del 2023, quando Eva aveva ormai tre anni e mezzo, un dolore improvviso e violentissimo mi trafisse l’addome. Pensai ai calcoli biliari, li avevo già avuti in passato, ma questa volta era diverso. In ospedale mi ricoverarono immediatamente. Trascorsi un mese, tra cure e mille esami: radiografie, Tac, risonanza magnetica, biopsia epatica. Alla fine, i medici mi comunicarono che avevo la sindrome del dotto biliare scomparso, una malattia rarissima. Mi dissero che avrei avuto bisogno di un trapianto di fegato ma che non potevo essere inserito in lista d’attesa. Quelle parole suonavano come una sentenza di morte.

«La corsa come terapia»
Dopo lo shock iniziale, cominciammo a cercare altri pareri. Decisi di rivolgermi all’Ismett, dove ho trovato un’accoglienza meravigliosa, professionisti attenti e un ambiente che trasmetteva sicurezza e speranza. Uno specialista mi disse che, a suo parere, quella diagnosi era improbabile. Era più plausibile che il problema fosse legato al mio incidente, a un’ernia diaframmatica, a causa della quale alcuni organi dell’addome migravano nel torace, comprimendo alcune strutture vitali.
Mi operarono con un intervento lungo e complesso, cui seguirono diversi interventi correttivi: sette, forse otto, procedure non invasive ma comunque impegnative.
Quando finalmente uscii dall’ospedale pesavo 54 chili. Ogni passo era un’impresa. Salire una scala significava fermarmi due volte a prendere fiato. Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo più. Però mia figlia correva verso di me ogni volta che tornavo da una visita e in quella corsa c’era tutto il senso di ciò che avevo passato. Volevo essere come lei: volevo correre senza paura.

Così, piano piano, ho cominciato a muovermi con una fisioterapia giornaliera, seguita da un amico e professionista, Vincenzo Gioia. In quei mesi ero talmente debilitato da sfiorare un’anoressia patologica e il mio amico dietista Francesco Romeo, venendo anche a casa per visitarmi, mi aiutò a rimettere ordine nell’alimentazione e a recuperare le forze.
Quando il corpo iniziò finalmente a rispondere, tornai a giocare a tennis e iniziai una preparazione atletica con Ignazio Di Lorenzo, un istruttore specializzato nel recupero post-traumatico. Durante la terapia psicologica mi fu consigliata la corsa: era l’attività più semplice da fare, economica e allo stesso tempo mi permetteva anche di riflettere. Da lì, poco per volta, è nato un obiettivo più grande: iscrivermi alla maratona di New York. Non volevo farlo per dimostrare qualcosa agli altri, ma perché avevo bisogno di un traguardo che non fosse più un letto di ospedale.