La maggior parte della vita sulla Terra non è in superficie ma sott’acqua. Non solo pesci, ma anche alghe, lumache, spugne, molluschi, coralli vivono nei mari e negli oceani del nostro pianeta difendendosi ogni giorno dalle aggressioni dei loro simili oltre che dell’uomo. E proprio dalle armi che nel corso dell’evoluzione hanno affinato per sopravvivere gli scienziati hanno potuto attingere per studiare sostanze e prelevare principi attivi che danno vita a farmaci rivoluzionari.

La più recente fonte naturale usata contro il cancro si chiama Ecteinascidia turbinata: è un invertebrato marino che vive in acque poco profonde e da cui si estrae un potente antitumorale che ha aperto nuove prospettive nella cura del carcinoma polmonare a piccole cellule, una forma aggressiva e a rapida progressione, per la quale le opzioni terapeutiche sono rimaste a lungo limitate.
Il principio attivo estratto è la lurbinectedina, riprodotta sinteticamente in laboratorio dall’azienda spagnola PharmaMar, che vanta la più grande collezione al mondo di organismi marini, composta da 500mila esemplari. «Gli invertebrati marini si sono rivelati straordinari alleati nella ricerca di soluzioni per forme tumorali gravi, spesso orfane di cura», dice Davide Roccato, country manager oncology della filiale italiana della casa farmaceutica. «Gli ultimi dati pubblicati sulla rivista The Lancet, relativi allo studio di fase 3, hanno dimostrato che la lurbinectedina, in combinazione con un immunoterapico, riduce del 46% il rischio di progressione della malattia o di morte».
I dati sono incoraggianti. «Potrebbero aprire una nuova prospettiva di trattamento per una popolazione finora e per troppo tempo priva di alternative efficaci», commenta Silvia Novello, docente di Oncologia medica all’Università degli Studi di Torino.
Tra gli antitumorali di origine marina va ricordata anche la trabectedina, per il trattamento del sarcoma dei tessuti molli e del carcinoma ovarico, e la aplidina, per il mieloma multiplo, ricavata dall’ascidia Aplidium albicans, invertebrato che vive nelle acque delle isole Baleari, a una profondità di 50 metri.

Un settore da esplorare
«La farmacologia marina è una scienza emergente, che coniuga lo studio dei composti naturali con la cosiddetta blue technology, ossia l’impiego di tecnologie biologiche su organismi acquatici», spiega Armando Genazzani, presidente della Società italiana di farmacologia (Sif) e docente di Farmacologia all’Università degli Studi di Torino. «Attualmente sono 17 i medicinali di derivazione marina in commercio e molti altri sono in fase di studio o di approvazione da parte degli enti di controllo».
Una frontiera è rappresentata proprio dagli invertebrati. In uno studio recente, pubblicato sulla rivista Pharmaceuticals, un gruppo di ricercatori ha analizzato gli studi di farmacologia sulle spugne endemiche del Mediterraneo, individuando ben 33 specie con proprietà da studiare che potrebbero essere benefiche per la salute.
Il settore è ancora in parte inesplorato. «La difficoltà maggiore è l’accessibilità», spiega Genazzani. «Non è facile avere a disposizione quantità sufficienti di spugne o lumache di mare, che normalmente vivono negli abissi, per estrarne i principi attivi utili alla sperimentazione. Al tempo stesso, proprio perché sono difficili da raggiungere e lontani dall’evoluzione, questi organismi, privi di un vero e proprio sistema immunitario, hanno sviluppato molecole e strategie di protezione e sopravvivenza che sono per noi una continua fonte di idee e conoscenze, fondamentali dal punto di vista terapeutico».

Omega 3 dalle alghe
Una delle più grandi risorse provenienti dal mare sono gli omega 3, un gruppo di acidi grassi polinsaturi, essenziali per l’organismo, altamente benefici per l’apparato cardiovascolare. «Storicamente sono ricavati dall’olio di pesce, ma anche alcune alghe ne sono ricche», afferma Genazzani, «e hanno dato origine non solo a integratori ma a diversi farmaci efficaci contro l’ipercolesterolemia e le dislipidemie».

Una lumaca di mare, che vive a 800 metri di profondità, ha regalato alla comunità scientifica il suo veleno potentissimo, da cui viene estratto un farmaco per il dolore neuropatico. «È un animale minuscolo, della specie Conus», spiega il farmacologo, «che per difendersi inietta negli aggressori la tossina contenuta nella sua conchiglia. Si è scoperto che questa sostanza, detta appunto omega-conotossina, è un bloccante selettivo dei canali del calcio, liberando segnali chimici che mediano il dolore. Il farmaco che la contiene viene iniettato, in bassissime dosi, vicino al sito del midollo spinale dove ha origine il dolore».

Antibiotici e neuroprotettivi
La ricerca sotto il livello del mare non si ferma, ampliando il proprio raggio d’azione in altri ambiti della medicina. Si cercano principi attivi per formulare nuovi antibiotici, in grado di combattere i super batteri. Uno studio preclinico portoghese (svolto in laboratorio simulando le condizioni di alcune patologie e pubblicato sulla rivista Marine drugs), ha evidenziato, per esempio, il potenziale effetto neuroprotettivo degli alcaloidi presenti negli organismi marini, premessa promettente per curare patologie neurodegenerative come la malattia di Alzheimer.
«Il mare non è solo una fonte preziosa e ancora in parte sconosciuta di sostanze terapeutiche», conclude Genazzani. «Resta una fonte primaria di conoscenze per noi studiosi: la maggior parte delle cose che sappiamo sul Dna, sulla segregazione dei cromosomi e sulla divisione cellulare, le sappiamo proprio grazie alle ricerche sulle cellule marine. Basti pensare che molte delle informazioni di cui disponiamo sul funzionamento del cervello le dobbiamo all’osservazione di un calamaro gigante, che ha un assone, componente fondamentale dei neuroni, visibile a occhio nudo».

Dagli abissi alla farmacia
Ma come si arriva da un invertebrato ancorato a uno scoglio al medicinale in farmacia? Lo spiegano gli esperti della PharmaMar.
• Un team specializzato di sommozzatori e biologi marini preleva i campioni (rigorosamente a mano) fino a 70 metri di profondità. Severi accordi internazionali limitano le quantità prelevabili, che non possono superare i 200 grammi per spedizione.
• Il primo screening viene effettuato sulla barca stessa, dove i campioni sono analizzati e classificati.
• Una volta in laboratorio, i chimici individuano i campioni da cui estrarre il principio attivo.
• Lo scopo degli studi è quello di creare delle copie della sostanza, da replicare in laboratorio, senza dover tornare in mare con nuove estrazioni.

• Una volta ottenuta la sintesi si passa a studi preclinici, per definire l’azione della molecola e l’eventuale combinazione con altri farmaci. Poi si passa alla sperimentazione su modelli animali e infine sull’uomo.
• Una volta accertate la sicurezza e l’efficacia, la molecola viene registrata e sottoposta all’autorizzazione degli enti di controllo internazionali, che ne decidono la distribuzione sul mercato e l’eventuale rimborsabilità.