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Monica Oriente, impiegata di banca originaria di Sapri (Salerno), ha ricevuto una diagnosi di linfoma di Hodgkin a vent'anni e poi di tre altre neoplasie
A vent’anni si pensa che il corpo sia invincibile. Non fa rumore, non chiede attenzione, accompagna mentre si studia, si viaggia, si fanno progetti. Poi, all’improvviso, sento una parola che non avevo mai pronunciato ad alta voce: cancro.
La mia prima diagnosi arriva proprio a vent’anni: linfoma di Hodgkin al IV stadio B, una forma avanzata di tumore del sistema linfatico. Per me ha significato 12 cicli di chemioterapia ABVD: Adriblastina, Bleomicina, Velbe e Deticene. Non ho mai dimenticato quei nomi. Una seduta ogni quindici giorni. Durante le infusioni indossavo una cuffia ipotermica, di colore blu, che custodiva ghiaccio al suo interno. Serviva a limitare la caduta dei capelli. Era scomoda, dolorosa, ma per me rappresentava un tentativo di proteggere un pezzo della mia identità.
Terminati i cicli di chemioterapia, mi sono sottoposta a 28 sedute di radioterapia. Le sedute duravano pochi minuti, ma erano sufficienti a lasciare segni profondi sul mio corpo. Dopo ogni trattamento, la nausea e gli episodi di vomito arrivavano puntuali, accompagnati da una stanchezza che sembrava impossibile da superare. Dovevo prestare attenzione a ogni dettaglio: evitare l’esposizione al sole, rinunciare a creme e cosmetici, ascoltare un corpo che chiedeva solo riposo.
Nel frattempo, venivo sottoposta a controlli continui: Tac, prelievi, aspirati midollari e biopsie del midollo osseo, in cui veniva prelevato anche un piccolo frammento solido di tessuto. Facevo la spola tra Sapri e Roma, dove mi curavo. Il mio corpo ha iniziato a cambiare rapidamente: stanchezza profonda, nausea, dolori, perdita dei capelli. Non stavo solo affrontando una malattia, stavo perdendo l’immagine che avevo di me stessa. Alla fine delle terapie, il professor Franco Mandelli mi chiamò nel suo studio e mi disse che ero guarita.
Quando pensavo che il peggio fosse alle spalle, è arrivata la recidiva. È stato il momento più difficile da accettare. Le cure sono diventate ancora più invasive: tre cicli di chemioterapia IEV, ciascuno della durata di tre giorni, ripetuti ogni 21 giorni. Una combinazione di farmaci ad alte dosi: Ifosfamide, Epirubicina e Vincristina. Quelle sigle, così fredde e impersonali, erano diventate parte della mia quotidianità. Nomi che avrei voluto dimenticare, ma che stavano contribuendo, ancora una volta, a restituirmi la vita.
Il trapianto di midollo
Dopo la chemioterapia ad alte dosi sono stata sottoposta a un trapianto autologo di midollo osseo, una procedura complessa che comporta l’azzeramento temporaneo del sistema immunitario e un lungo periodo di isolamento protetto, in una camera sterile. Ho trascorso un mese nel reparto di Ematologia del Policlinico Umberto I di Roma. Un tempo sospeso, fatto di silenzi, paura e attesa. È lì che ho compreso davvero quanto il corpo sia fragile, ma anche incredibilmente resistente. Dopo quell’esperienza nulla è tornato come prima. La prevenzione ha smesso di essere una parola astratta ed è diventata una necessità concreta. Controlli periodici, follow-up regolari, ascolto costante del corpo hanno iniziato a scandire il tempo.
Il carcinoma mammario
Vivere dopo il cancro significa attendere i referti, ma anche imparare a riconoscere i segnali senza voltarsi dall’altra parte. Nell’ottobre 2021 è arrivata la terza diagnosi: carcinoma mammario di tipo ormonale, individuato in fase iniziale attraverso mammografia ed ecografia. Un nodulo di circa un centimetro.
La diagnosi precoce ha permesso un intervento di quadrantectomia, seguito da 34 sedute di radioterapia e da un percorso terapeutico mirato. Dopo l’intervento chirurgico, effettuato dal dottor Tommaso Pellegrino presso la Breast Unit del Policlinico Federico II di Napoli e il completamento della radioterapia, ho intrapreso una terapia ormonale adiuvante, indicata nei carcinomi mammari ormono-sensibili. Il trattamento prevede l’assunzione quotidiana di una compressa di terapia endocrina e la somministrazione di Decapeptyl (triptorelina) tramite iniezione intramuscolare ogni 28 giorni, con lo scopo di ottenere la soppressione farmacologica della funzione ovarica. Questa combinazione terapeutica agisce riducendo in modo significativo i livelli di estrogeni circolanti, ormoni che possono favorire la crescita delle cellule tumorali. L’obiettivo è diminuire il rischio di recidiva e aumentare la probabilità di controllo della malattia nel lungo periodo.
Colpita anche la tiroide
Nel novembre 2022, durante un controllo di routine, è arrivata anche la quarta diagnosi: carcinoma della tiroide. Ho affrontato un intervento chirurgico di tiroidectomia totale, presso il Policlinico Federico II di Napoli, effettuato dalla professoressa Stefania Masone, intervento che consiste nell’asportazione completa della ghiandola tiroidea, eseguito con finalità curativa.
Il decorso post-operatorio è stato attentamente monitorato, con controlli clinici mirati alla valutazione della funzione paratiroidea e dei livelli di calcio, oltre al controllo delle corde vocali per escludere eventuali complicanze legate al nervo laringeo ricorrente. Nel periodo successivo all’intervento è stato necessario avviare una terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina, indispensabile dopo la rimozione della tiroide, al fine di mantenere l’equilibrio metabolico e prevenire stimoli residui sulla malattia. Grazie alla diagnosi precoce non si è resa necessaria la terapia radiometabolica con iodio, consentendo un percorso terapeutico meno invasivo e una più rapida ripresa delle attività quotidiane.
Ancora una volta, la prevenzione ha avuto un impatto concreto sulla qualità della vita e sulla gestione complessiva della malattia. Quattro tumori diversi, in momenti diversi della mia esistenza.
Ho imparato che il benessere non è l’assenza di dolore, ma la capacità di restare nel proprio corpo anche quando cambia. Durante le cure non ho mai smesso di prendermi cura di me. Il mio libro Quattro volte me non è la storia della malattia, ma delle rinascite.


Quattro volte me - Le mie rinascite dopo il cancro (Piemme) è il memoir di Monica Oriente













