Da sempre l’ipnosi è avvolta da un’aura di mistero. Eppure, negli ultimi anni, questa tecnica è stata accolta appieno dalla scienza ed è entrata in sala operatoria, dove sta diventando uno strumento clinico capace di ridurre ansia, dolore e tempi di recupero.
Un caso emblematico – e il primo al mondo eseguito con questa modalità – arriva dall’ospedale Molinette di Torino, dove un uomo di 76 anni ha affrontato l’asportazione di un tumore al colon rimanendo sveglio. Durante l’intervento, mentre i chirurghi operavano, lui camminava mentalmente tra le sue campagne pugliesi, grazie alla specializzanda in Chirurgia generale e ipnologa Valentina Palazzo, che spiega: «Uno degli elementi fondamentali sono le metafore. Nel caso specifico, visto che il paziente era un contadino pugliese, ho creato un parallelismo tra noi in sala, una squadra di idraulici in azione, e il sistema di irrigazione dei suoi campi. Gli dicevo, per esempio: se senti tirare, è perché stiamo sostituendo un pezzo di tubo».

Valentina Palazzo, ipnologa all'ospedale Molinette di Torino, specializzanda in Chirurgia generale
Valentina Palazzo, ipnologa all'ospedale Molinette di Torino, specializzanda in Chirurgia generale

Valentina Palazzo, ipnologa all'ospedale Molinette di Torino, specializzanda in Chirurgia generale

Così l’équipe, guidata da Mario Morino, ha reso possibile un’operazione che altrimenti sarebbe stata troppo rischiosa.

Dottoressa Palazzo, perché il paziente non poteva affrontare l’anestesia generale?
«Era reduce da una grave embolia polmonare, che aveva compromesso in modo significativo la sua capacità respiratoria. In un intervento chirurgico tradizionale si ricorre all’anestesia generale: il paziente viene addormentato e si procede con l’intubazione, cioè si inserisce un tubo nella trachea collegato a una macchina che “respira” al posto suo. È una procedura sicura, ma presuppone che, alla fine dell’intervento, il paziente sia in grado di tornare a respirare da solo. In questo caso, il vero rischio non era addormentarlo, ma riuscire a staccarlo poi dalla ventilazione meccanica. Dopo l’embolia, i suoi polmoni erano così fragili che il ritorno alla respirazione spontanea poteva non avvenire. Questo lo esponeva a complicanze troppo elevate, tanto che altre strutture lo avevano definito inoperabile».

Come avete aggirato l’ostacolo?
«Insieme al chirurgo Mario Morino e all’anestesista Maria Elena Clara abbiamo costruito un protocollo alternativo, completamente personalizzato. Abbiamo scelto un approccio awake, cioè con il paziente sveglio, che ci permettesse di affrontare comunque un intervento oncologico complesso senza ricorrere all’anestesia generale. In pratica abbiamo combinato anestesia locale e una sedazione molto leggera, mantenendo il paziente vigile. L’ipnosi clinica è stata la chiave per gestire ansia e dolore, creando le condizioni mentali necessarie per operare in sicurezza. È ciò che ha reso possibile un intervento che, con le tecniche tradizionali, non sarebbe stato eseguibile».

Che cosa si intende esattamente per ipnosi clinica?
«Non ha nulla a che vedere con ciò che vediamo nei contesti di spettacolo, con pendoli oscillanti e luci soffuse. Nell’ipnosi clinica non c’è perdita di controllo né manipolazione della volontà. Non è sonno né magia: è uno stato di coscienza fisiologico, particolare e dinamico che tutti possiamo sperimentare, anche se con livelli diversi di profondità. In ambito medico è uno strumento con comprovata validità scientifica, utilizzato da professionisti formati. Il paziente resta sempre presente, consapevole, capace di comunicare e collaborare».

Come si induce lo stato ipnotico in un paziente?
«Il primo passo è sempre la relazione. Prima dell’intervento lo incontro, gli spiego cosa accadrà e costruisco un clima di fiducia: senza questo, l’ipnosi non funziona. In sala operatoria utilizzo soprattutto la voce. Invito il paziente a chiudere gli occhi, a concentrarsi sul respiro, a seguire il ritmo delle mie parole. L’obiettivo è aiutarlo a focalizzare l’attenzione e a lasciare sullo sfondo tutto ciò che lo circonda: rumori, luci, movimenti. Poi lavoriamo con immagini e ricordi positivi scelti insieme».

Ricordi di che tipo?
«Nel colloquio pre‑operatorio chiedo al paziente qual è il primo momento bello della sua vita che gli viene in mente: una scena, un luogo, un odore, qualcosa che lo fa stare bene. Quel ricordo diventa il suo “luogo sicuro”, in cui potrà rifugiarsi e restare durante tutta la procedura».

Questo avviene con un dialogo continuo?
«Io lo accompagno per tutta la durata dell’intervento con la voce, ma non è un monologo: è una relazione continua. Anche lui può parlare, se ne sente la necessità. Nel caso del paziente torinese abbiamo costruito insieme un vero e proprio “viaggio” nelle sue campagne pugliesi: lui seminava, raccoglieva pomodori, cucinava con la famiglia. Parallelamente utilizzavo metafore legate al suo mondo contadino: il colon diventava un sistema di tubi da riparare, come un impianto di irrigazione. Questo linguaggio rende l’esperienza più comprensibile, meno minacciosa, e permette al paziente di restare parte attiva del processo».

Ma il famoso pendolino si usa davvero oppure è solo un’immagine da spettacolo?
«Io personalmente non lo utilizzo, ma può essere una delle possibili tecniche di induzione ipnotica. Il punto, però, non è il pendolino in sé, ma il principio che c’è dietro: l’attenzione focalizzata. Ogni induzione ipnotica parte da lì, dal concentrare la mente su qualcosa, che può essere un oggetto, un punto fisso nello spazio o, come faccio io, il respiro e la voce».

Rimanendo sveglio, che tipo di percezione ha un paziente ipnotizzato di ciò che sta accadendo intorno?
«È consapevole di essere in sala operatoria, ma vive tutto in modo diverso: i suoni, le voci, i rumori diventano più lontani, meno invasivi, come ovattati. Alcuni pazienti si immergono completamente nell’esperienza immaginativa, altri alternano momenti di presenza e momenti “altrove”. È uno stato dinamico, molto personale, che cambia da individuo a individuo».

Quali sono i benefici dell’ipnosi rispetto all’anestesia generale o alla sola sedazione?
«Dal punto di vista psicologico, il paziente affronta l’intervento con molta meno ansia e paura. Dal punto di vista fisico, si riducono il dolore e si può andare ad agire sugli effetti collaterali post operatori, come nausea e vomito. Anche il recupero tende a essere più rapido: nel nostro caso, per esempio, il paziente non è passato dalla terapia intensiva e la ripresa è stata sorprendentemente veloce».

Esistono rischi o effetti collaterali?
«No, se l’ipnosi viene praticata correttamente. L’obiettivo è sempre che sia un’esperienza positiva per il paziente. Non ci sono effetti collaterali, ma è fondamentale che venga eseguita da personale formato».

L’ipnologo è per forza uno psicologo?
«No. Dev’essere una figura sanitaria formata in ipnosi clinica. In sala operatoria, per esempio, l’ipnosi può essere praticata dal chirurgo, come nel mio caso, oppure dal medico anestesista o dall’infermiere, purché abbiano una formazione specifica. Fuori dalla sala operatoria possono occuparsene anche altre professioni sanitarie, ma sempre con una preparazione rigorosa. Io mi sono formata presso una scuola molto seria e riconosciuta, l’Istituto Franco Granone di Torino, che promuove la ricerca e la diffusione dell’ipnosi clinica e sperimentale come disciplina scientifica d’eccellenza. Attraverso la formazione di alto livello per il personale sanitario e il costante aggiornamento metodologico, l’Istituto garantisce un impiego etico e scientificamente rigoroso della comunicazione ipnotica a beneficio della salute pubblica».

Si dice spesso che l’ipnosi funzioni su circa l’80% delle persone: da cosa dipende questa percentuale?
«Dipende da diversi fattori: la capacità di fidarsi, di lasciarsi andare, di mantenere l’attenzione focalizzata. Anche il contesto e il bisogno del momento contano molto: una persona che prova ansia o paura può entrare più facilmente in uno stato ipnotico profondo proprio perché ne percepisce l’utilità».

E per quel 20% su cui non funziona?
«Spesso c’è una difficoltà a fidarsi o aspettative poco realistiche. Se una persona pensa di dover perdere conoscenza o immagina l’ipnosi come qualcosa di magico, rischia di non entrare nel processo. Altre volte c’è semplicemente una minore predisposizione a lasciarsi guidare. Per questo è fondamentale spiegare bene cosa accadrà e chiarire che l’ipnosi è uno stato di attenzione particolare, non una perdita di controllo».

Che caratteristiche ha una persona che si ipnotizza più facilmente?
«In genere riesce ad abbassare la critica, a concentrarsi e a sospendere il giudizio. Ma conta anche la predisposizione personale e, come per molte abilità, un po’ di allenamento».

Quindi è possibile allenare questa capacità?
«Sì. Esiste anche l’autoipnosi, che significa imparare a entrare volontariamente in uno stato di concentrazione e rilassamento profondo usando respiro, immagini mentali o parole guida. Per impararla è fondamentale farsi accompagnare da un professionista: serve qualcuno che insegni la tecnica in modo corretto e sicuro. Una volta appresa, è una competenza che si può allenare e che diventa via via più naturale ed efficace».

Ci sono falsi miti che ostacolano l’ipnosi in medicina?
«Sì, soprattutto l’idea che non sia una pratica scientifica. In realtà abbiamo molte evidenze: gli studi mostrano che, durante l’ipnosi, il cervello attiva le stesse aree coinvolte nelle esperienze reali. Non è “immaginazione” nel senso banale del termine, ma un’esperienza neurologicamente misurabile».

In quali interventi è più utilizzata oggi?
«Funziona molto bene nella chirurgia della tiroide, delle paratiroidi e della mammella. In questi ambiti siamo stati il primo centro italiano ad applicarla, dal settembre 2024, nella Week Surgery dell’ospedale Molinette. La stiamo consolidando come pratica e, per molti pazienti, può rappresentare un’alternativa all’anestesia generale. Si sta diffondendo anche in altri tipi di chirurgia minore, come in odontoiatria, proprio perché permette di ridurre ansia e dolore. In ostetricia, invece, può essere utilizzata per accompagnare le donne durante il travaglio, mentre al Centro traumatologico ortopedico di Torino l’ipnosi viene impiegata nelle balneazioni dei grandi ustionati – le medicazioni in vasca – per alleviare il dolore e limitare sedazioni profonde ripetute».

E dove non è indicata?
«In alcune chirurgie addominali complesse, dove la manipolazione dei visceri rende difficile operare con il paziente sveglio. In questi casi l’ipnosi non garantirebbe un livello di comfort e stabilità sufficiente, per cui l’anestesia generale è imprescindibile».

Quanto conta il lavoro di squadra?
«È fondamentale. L’ipnosi in sala operatoria è sempre un lavoro di équipe: chirurgo, anestesista e ipnologo devono essere perfettamente coordinati. Ognuno ha un ruolo preciso e deve sapere in ogni momento cosa sta accadendo. Se il chirurgo cambia ritmo o se l’anestesista deve intervenire, io adatto immediatamente la guida ipnotica. È una sincronia continua ed è proprio questa armonia che permette al paziente di sentirsi al sicuro e di restare stabile per tutta la procedura».

Guardando al futuro, quale sarà il ruolo dell’ipnosi in medicina?
«Credo che il suo utilizzo crescerà sempre di più. Potrà essere utilizzata in sinergia all’anestesia generale e, in alcuni casi, offrire un’alternativa preziosa, soprattutto per i pazienti più fragili o con controindicazioni alla sedazione profonda. Man mano che aumenteranno formazione e consapevolezza, diventerà uno strumento sempre più integrato nella pratica clinica. E forse il vero cambiamento sarà culturale: imparare a considerare la mente non come un ostacolo da sedare, ma come una risorsa terapeutica da attivare».