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Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, si definiscono ultraprocessati quei prodotti che, oltre alle aggiunte di zuccheri, sale, oli e grassi, sono formati da sostanze che non si usano nelle preparazioni casalinghe.
Come riconoscerli
In generale è sospetto un alimento con una lista abnorme di ingredienti.
• Scorrendo l’etichetta dei cibi ultraprocessati, si trovano sigle che indicano conservanti o esaltatori di stabilità come E210 (acido benzoico), E250 (nitrito di sodio) o E624 (glutammato monoamminico).
• A essere ultraprocessati spesso sono crocchette di pollo surgelate, barrette proteiche, molti salumi e insaccati. Una mozzarella o un formaggio come il brie non lo sono, nemmeno la pasta industriale classica e il tonno in scatola. Certi yogurt alla frutta invece hanno additivi che li spingono nella classe degli ultraprocessati. E il pane finisce nel gruppo indiziato quando è confezionato con emulsionanti o stabilizzanti chimici.
• Le bevande gassate e zuccherate sono ultraprocessate e lo sono sempre tutte le bibite “zero”, per l’aggiunta di edulcoranti chimici artificiali.
Gli studi
Anni di ricerca hanno correlato un eccesso di cibi ultraprocessati a un rischio più elevato di obesità, anche nell’infanzia, di patologie gastrointestinali, di malattie cardiovascolari, di cancro. In un articolo recente, pubblicato sulla rivista British Medical Journal, è stata descritta l’associazione tra alimenti ultraprocessati e l’aumento fino al 30% della possibilità, negli uomini, di ammalarsi di tumore del colon. Non solo: a ogni crescita del 10% del consumo corrisponde anche un balzo del 15% del rischio di diabete (secondo un’analisi sul Journal of the American Medical Association).
Il cervello
Studi recenti mostrano un legame inquietante con il cervello. Per esempio, più alimenti iper trasformati una persona mangia, maggiori sono le probabilità che si senta depressa e ansiosa. Uno studio guidato da un team di Harvard, pubblicato a luglio 2026 sull’American Journal of Public Health, conclude che consumare molti alimenti ultraprocessati è correlato a un rischio di demenza più elevato, maggiore addirittura del 58%. Al contrario, il rischio di malattie come l’Alzheimer si abbatte del 41% in chi si nutre soprattutto di cibi allo stato naturale, come spinaci o pesce, e minimamente trasformati (per esempio, i piselli surgelati o la polpa di pomodoro semplice in latta).
In Italia
Da noi è aumentato il consumo di alimenti ultraprocessati, che contribuiscono in media al 23% dell’apporto energetico giornaliero, secondo lo studio da me coordinato e pubblicato nel 2025 su Frontiers in Nutrition. Non è un bel segnale, ma va peggio nel Regno Unito, dove il consumo raggiunge circa il 55–57% delle calorie quotidiane, e negli Stati Uniti, in cui sfiora il 60%.









