PHOTO
Fanno bene all’anima, alla mente e anche al corpo le emozioni suscitate dalla contemplazione della natura o di un’opera d’arte, come questo dipinto: è Maria Maddalena, realizzato tra il 1630 e 1631 da Artemisia Gentileschi. Si potrà ammirare alla mostra dedicata alla pittrice, dal 21 ottobre al 4 aprile 2027 al Museo degli Innocenti di Firenze.
Tra le emozioni estetiche, la meraviglia è forse la più enigmatica e potente. Anche se talvolta viene confusa con lo stupore o la sorpresa, rappresenta una qualità distintiva della nostra esperienza interiore. L’essere umano non è soltanto capace di meravigliarsi: ricerca attivamente la meraviglia, la riconosce e la trasforma in conoscenza, arte e narrazione. È proprio questo incanto, sospeso tra il fascino e l’enigma, che ha nutrito per secoli la filosofia, la scienza e la creatività. (…)
La profonda meraviglia è il segnale che la mente produce quando ci stiamo addentrando in un territorio totalmente inesplorato, fuori dalla nostra zona di comfort. Ci indica che quello di cui stiamo facendo esperienza è qualcosa che può cambiare, a volte anche in modo radicale, la nostra visione delle cose. In questo senso, possiamo considerarla a buon diritto come la sentinella della trasformazione personale.
L’estasi dinanzi ai capolavori
Un altro aspetto straordinario della meraviglia è che ci pervade soprattutto quando ci troviamo di fronte a qualcosa che ci sovrasta, che è più grande di noi. L’ampio orizzonte dell’oceano, un capolavoro artistico, l’immensità del cielo stellato, la potenza di un’eruzione vulcanica o una tempesta estiva sono tutti esempi della vastità che genera questa emozione. Ma a differenza della sorpresa, come ci insegnano due grandi psicologi della meraviglia, David Keltner e Jonathan Haidt, non si limita all’”effetto wow”: è in grado di svelare una nuova prospettiva sulle cose, di offrire nuove lenti per guardare noi stessi, gli altri e la realtà.
Il legame con la conoscenza
La meraviglia può essere suscitata anche dal disvelamento di una conoscenza, di una teoria o di un’idea che cambiano completamente convinzioni e credenze che fino a quel momento avevamo considerato granitiche. È quando questa nuova consapevolezza ci penetra che la meraviglia comincia a scorrere dentro di noi, facendoci vibrare, pulsare e persino tremare. E non solo metaforicamente: la “pelle d’oca” e il brivido che corre lungo la schiena sono risposte fisiologiche che spesso accompagnano questa caleidoscopica emozione.
Eppure, sebbene ciascuno di noi abbia (per fortuna) familiarità con la meraviglia, la sua “funzione” mentale è ancora dibattuta. Emozioni come la paura o la rabbia hanno un vantaggio adattivo chiaro: sono state mantenute nel corso dell’evoluzione perché ci proteggono, preparandoci per esempio ad affrontare minacce. Ma la meraviglia? Perché l’avremmo potenziata? Alcuni studiosi ipotizzano che si tratti di un’emozione epistemica, cioè legata alla conoscenza. Sarebbe un meccanismo che ci spinge ad aprirci a ciò che non conosciamo ancora.
Le emozioni epistemiche hanno un ruolo centrale nell’attivare e sostenere i processi cognitivi: non si limitano a segnalare un evento inatteso, ma guidano l’attenzione, alimentano la motivazione intrinseca (ovvero quello che facciamo a prescindere dalle ricompense esterne, come denaro, fama e potere) e favoriscono l’elaborazione profonda delle informazioni.
Si sospende l’ordinario
La meraviglia, in particolare, sembra avere una qualità peculiare rispetto ad altre emozioni epistemiche affini, come la curiosità o la sorpresa. Se la sorpresa è la reazione immediata a un evento inatteso e la curiosità ci spinge alla ricerca di informazioni mancanti, la meraviglia sospende per un attimo il flusso ordinario dell’esperienza, generando un senso di apertura e contemplazione. Non è soltanto lo stimolo a colmare una lacuna di conoscenza, ma l’esperienza di un eccesso: di un incontro con qualcosa che sconfina dai nostri schemi di comprensione abituali. Per questo, alcuni studiosi la considerano una porta cognitiva che ci permette di superare le nostre abitudini mentali, favorendo la flessibilità del pensiero e l’emergere di nuove idee.
Fertilità del pensiero
La meraviglia non risolve immediatamente l’incertezza, ma la prolunga, trasformandola in una condizione fertile per la riflessione e la creatività. Forse è proprio questa la sua funzione evolutiva: “serve” a mantenere l’organismo in uno stato di attenzione non orientato al pericolo imminente, ma alla possibilità di apprendere qualcosa di radicalmente nuovo. (…)
Per suscitare sperimentalmente la meraviglia, gli psicologi hanno ideato diversi metodi. Uno dei più utilizzati è l’impiego di immagini e brevi filmati, come paesaggi mozzafiato, cieli stellati, cascate o sequenze tratte da documentari naturalistici. Sebbene artificiali, questi stimoli riescono spesso a generare un senso di vastità sufficiente a far emergere la meraviglia anche in un contesto sperimentale rigorosamente controllato.
Sentirsi parte del cosmo
Quando possibile, gli studiosi scelgono invece scenari reali, portando i partecipanti in contesti artistici o naturali in grado di evocare la percezione della vastità. In un esperimento molto citato, un gruppo di ricercatori guidati da Paul Piff, dell’Università di Berkeley, condusse i volontari a passeggiare in un parco dove svettavano maestosi eucalipti. Secondo i risultati della sua ricerca, è stato sufficiente un solo minuto, trascorso con lo sguardo rivolto verso le colonne verdi che sembravano toccare il cielo, per far nascere un senso di meraviglia. Un altro gruppo di persone venne accompagnato a osservare un edificio alto ma anonimo. L’esperienza, pur impressionante per le sue dimensioni, non riuscì a suscitare lo stesso senso di incanto generato dagli eucalipti. Ma il risultato più sorprendente dell’esperimento fu un altro: solo chi aveva fatto esperienza della contemplazione degli alberi riportava di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di essere meno centrato su se stesso, e mostrava più disponibilità ad aiutare gli altri.
Questo effetto è stato descritto dai ricercatori come small self, il “sé rimpicciolito”. In realtà, non si tratta di una diminuzione negativa, come può accadere quando facciamo esperienza di un fallimento o di una cocente sconfitta, ma di un ridimensionamento benefico dell’ego, che nasce dal riconoscere la propria collocazione all’interno di un ordine più ampio.
La meraviglia, in altre parole, non annulla l’io: lo decentra. Ci fa percepire che i confini del nostro vissuto individuale non coincidono con i confini del mondo, e che la nostra vita è intimamente intrecciata a quella degli altri, della natura, dell’universo stesso. L’esperienza del “piccolo sé” generata dalla meraviglia non va quindi intesa come perdita, ma come occasione di scarto: una lieve frattura che ci separa dalla rigidità della nostra identità abituale e ci restituisce alla vastità. (…)
Si diventa più altruisti
Guardando il cielo stellato non ci sentiamo annullati, ma al contrario estesi: più piccoli, certo, ma proprio per questo più connessi a ciò che ci trascende, a ciò che è più grande di noi. Luca Peyron lo chiama, giustamente, «il senso dello sconfinato». È in questa oscillazione fra la consapevolezza della nostra insignificanza, accompagnata dal senso profondo di appartenenza all’immensità dell’universo, che la meraviglia rivela la sua forza trasformativa: ci ricorda che non siamo il centro del mondo, ma una delle sue infinite espressioni.
Non sorprende, quindi, che numerosi studi abbiano dimostrato come le esperienze di profonda meraviglia siano associate a un aumento della generosità, dell’altruismo e del senso di comunità: agisce come un correttivo al nostro naturale egocentrismo. (…)
La meraviglia è la radice della natura umana, e probabilmente il tessuto stesso dell’universo e della realtà, nell’atto di rivelare se stesso attraverso il nostro sguardo. Come scrive Shakespeare (1564-1616) nella tragedia La tempesta, «siamo fatti della stessa sostanza dei sogni».
La meraviglia ci ricorda proprio questo: che la nostra mente non è solo uno strumento di calcolo o di sopravvivenza, ma una finestra aperta sull’infinito, capace di intrecciare la materia e l’immaginazione in un’unica trama. (…)
I quadri in ospedale
Un numero crescente di studi mostra che le esperienze di meraviglia non solo intensificano le emozioni positive e il senso di connessione con ciò che ci circonda, ma producono anche effetti misurabili sul benessere psicofisico. La ricerca suggerisce che l’incanto può abbassare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e persino modulare alcuni indicatori dell’infiammazione. È come se, nell’aprirsi a qualcosa di più grande di noi, il corpo riconoscesse spontaneamente una possibilità di ristoro e di riequilibrio profondo.
Le neuroscienze stanno iniziando a chiarire i meccanismi alla base di questo effetto. Una ricerca pionieristica del 2023 guidata da Michiel van Elk, professore di Psicologia presso la Leiden University, nei Paesi Bassi, e condotta tramite risonanza magnetica funzionale, ha mostrato che durante gli stati di meraviglia l’attività della rete di default, un circuito neurale coinvolto nel dialogo interno e nei processi di autoriflessione, si riduce in modo significativo. Allo stesso tempo aumenta l’attivazione di aree legate alla percezione sensoriale e all’attenzione focalizzata, come il lobo parietale superiore e la corteccia cingolata anteriore.
Il pattern neurobiologico suggerisce che la profonda meraviglia opera come un interruttore cognitivo, spostando l’elaborazione mentale dalle riflessioni focalizzate sul sé verso una modalità più ricettiva e aperta all’esperienza presente. È proprio in questa transizione che risiede il potenziale trasformativo dell’emozione: quando si acquieta la ruminazione, ossia il continuo chiacchiericcio della mente, emerge uno spazio di maggiore chiarezza percettiva e disponibilità all’apprendimento.
La scoperta, insieme ai risultati delle altre ricerche già citate, ci ha condotto a formulare un’ipotesi intrigante: coltivare la meraviglia potrebbe diventare una nuova via per alleviare i sintomi depressivi, contrastando proprio quei meccanismi di autoreferenzialità e ipercriticismo che mantengono la sofferenza psichica? È questa intuizione a guidare il progetto Subrain, che a Milano coinvolge, insieme al nostro gruppo di ricerca dell’Università Cattolica, l’Università degli Studi, l’Ospedale Maggiore Policlinico e il Politecnico.
Attraverso l’impiego integrato di realtà virtuale, elettroencefalografia e stimolazione magnetica transcranica, il progetto mira a esplorare in profondità i correlati neurali della meraviglia, con l’obiettivo di individuare biomarcatori capaci di rivelare gli effetti sul cervello. L’ambizione è aprire la strada a nuove forme di intervento esperienziale per la salute mentale, in cui la meraviglia non rappresenti più soltanto un evento raro e imprevedibile, ma diventi una risorsa coltivabile, accessibile e scientificamente fondata.
L’esperienza al Gemelli
Un’analoga intuizione sta alla base dell’esperienza pionieristica del radioterapista oncologo Vincenzo Valentini al Policlinico Gemelli di Roma, dove è nata l’iniziativa Gemelli Art. Qui l’arte viene portata accanto ai pazienti oncologici come strumento di affiancamento alla cura, in un’ottica che va ben oltre l’intrattenimento: le esperienze estetiche diventano parte integrante del percorso terapeutico (emblematico è il progetto Art4ART, acronimo di Art for Advanced Radiation Therapy).
L’arte può spalancare in un istante spazi di senso e di incanto là dove domina il dolore. Non si tratta di distrarre i pazienti o di colorare un ambiente clinico, ma di attivare un processo psicologico profondo che si riflette anche a livello fisiologico, come mostrano sempre più studi: riduzione dello stress, modulazione dei livelli di cortisolo, maggiore resilienza emotiva. La sala immersiva del Gemelli Art, inaugurata per accogliere i pazienti alla loro prima chemioterapia, incarna proprio questa visione: trasformare un’esperienza spesso segnata da paura e incertezza in un contesto che stimoli apertura, fiducia e speranza.
Valentini e il suo team sono convinti che la meraviglia estetica possa agire come un autentico dispositivo terapeutico, capace di lavorare in sinergia con le cure oncologiche tradizionali. In questa prospettiva, «prescrivere meraviglia» non è più soltanto una metafora poetica, ma diventa un orizzonte concreto di intervento. Noi preferiamo chiamarlo «pragmaceutica»: un nuovo modo di intendere la medicina che non si limita ad agire sul corpo biologico, ma intreccia emozioni, sensi e pensiero, restituendo al malato un’esperienza di cura al tempo stesso efficace e profondamente umana. Il termine nasce dall’unione di pragma – che in greco significa «azione, pratica concreta» – e ceutica, dal lessico della farmacologia. La pragmaceutica è dunque un farmaco senza molecole: non agisce attraverso principi attivi, ma tramite l’esperienza estetica ed emozionale. La sfida che si pone, a livello scientifico, è dimostrare che non si tratta di un rimedio simbolico o immaginario, ma di un intervento reale, capace di produrre risultati terapeutici misurabili.
In effetti, le ricerche mostrano come l’esperienza estetica attivi la produzione di neurotrasmettitori fondamentali per il benessere psicologico e fisiologico. Accanto a questi meccanismi di potenziamento positivo, si registra un effetto inibitorio sui sistemi dello stress. Numerose ricerche, con analisi anche dei livelli salivari, hanno documentato che praticare attività artistiche per soli 45 minuti – oppure trascorrere del tempo in contesti naturali – riduce in modo significativo la concentrazione di cortisolo.
Questo duplice effetto suggerisce che l’esperienza estetica agisce come un regolatore naturale dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che è coinvolto nella produzione di cortisolo e degli altri ormoni dello stress (che hanno effetti negativi se presenti in maniera cronica), e del sistema nervoso autonomo parasimpatico, che infonde calma e rallenta il battito. Non si tratta quindi soltanto di un beneficio transitorio: la regolazione prodotta dall’incontro con la bellezza sostiene la salute psicofisica nel lungo periodo.















