Il servizio a cui ci si rivolge per prenotare visite o esami con il sistema sanitario si chiama Centro unico di prenotazione (Cup). Solo che l’aggettivo “unico” non rispecchia la realtà. I sistemi di prenotazione delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate, infatti, non sempre sono integrati e talvolta non comunicano tra loro neppure quelli delle diverse Aziende sanitarie territoriali (Ast). Risultato: non si possono conoscere tutte le effettive disponibilità, a meno di attaccarsi al telefono per contattare le strutture del territorio una a una. Circostanza che contribuisce alla piaga delle liste d’attesa, con tempi di priorità non rispettati e con il corollario del sempre maggiore ricorso alla sanità privata.

Un mondo, una salute

Diritti e doveri dei medici di famiglia

Diritti e doveri dei medici di famiglia
Diritti e doveri dei medici di famiglia

Qualcosa potrebbe cambiare con il nuovo Piano nazionale delle liste d’attesa 2026/28, adottato con un decreto del ministero della Salute che è stato pubblicato il 24 agosto scorso in Gazzetta Ufficiale. È il secondo decreto del governo Meloni su questo tema, il primo fu emanato nel giugno 2024. Sulla carta, il nuovo provvedimento, oltre a dettare le regole nazionali e i tempi per l’attuazione del decreto precedente, introduce alcuni significativi miglioramenti.
«Il decreto del 2024 aveva definito regole e strumenti», spiega Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, noto istituto di ricerca in ambito sanitario, «il nuovo Piano ne rende operative alcune misure essenziali e introduce aggiornamenti. Ma non bisogna confondere una migliore gestione delle agende di prenotazione con la soluzione delle liste d’attesa. Per ridurle davvero occorre intervenire contemporaneamente sulla domanda, contrastando le prescrizioni inappropriate, e sull’offerta, aumentando la capacità del Servizio sanitario nazionale. Le Regioni inoltre hanno 120 giorni per adottare i propri Piani: oggi, dunque, abbiamo una cornice più organica, non ancora risultati da celebrare».

Cup e agende
Se il medico prescrive una visita specialistica o un esame, una delle principali preoccupazioni del paziente è quella relativa ai tempi. Il nuovo Piano definisce come devono funzionare le prenotazioni, che cosa deve accadere quando il posto non si trova nei tempi indicati e quali alternative devono essere cercate.
Il punto di partenza è la classe di priorità, cioè il livello di urgenza, indicato nella prescrizione:
• U, urgente, entro 72 ore;
• B, breve, entro 10 giorni;
• D, differibile, entro 30 giorni se è una visita, entro 60 se è un esame diagnostico;
• P, programmabile, entro 180 giorni.
Finora, nel caso in cui il cittadino non fosse riuscito a ottenere un appuntamento entro il termine previsto, le possibilità erano tre: arrendersi e aspettare, pagare di tasca propria una prestazione privata oppure, con una procedura burocratica macchinosa, presentare una richiesta scritta al direttore generale dell’Azienda sanitaria di riferimento, chiedendo l’adempimento della priorità o il rimborso della spesa eventualmente sostenuta in strutture private.

Il nuovo sistema prevede i cosiddetti “percorsi di tutela”; in pratica, l’onere della ricerca non è più in capo al cittadino, ma alle strutture sanitarie. Se al primo contatto l’operatore del Cup non riesce ad assegnare un appuntamento coerente con la priorità, la richiesta viene registrata e il cittadino viene ricontattato non appena si trova una disponibilità in un’altra struttura, pubblica o privata accreditata. Sono anche fissati i tempi massimi di risposta: cinque giorni per la classe B, 15 per le visite e 30 per gli esami diagnostici nella classe D, 30 per la classe P (le prestazioni urgenti sono escluse in quanto sempre garantite).
Per rendere possibile questa ricerca, cambia anche il modo in cui devono essere organizzate le prenotazioni. Il Cup deve ora raccogliere e gestire tutte le “agende”, cioè le segnalazioni di disponibilità fornite dalle strutture del territorio. Deve quindi essere in grado di vedere l’offerta complessiva, comprese le prestazioni delle cliniche, dei laboratori e dei centri medici privati accreditati. Stesso discorso per i ricoveri programmati e gli interventi chirurgici: se l’ospedale individuato non è in grado di rispettare il tempo massimo previsto, il sistema deve cercare una struttura alternativa che offra una prestazione equivalente. Il paziente non perde la posizione acquisita: è conservata la data originaria di inserimento nella lista.
Un’altra modifica riguarda gli appuntamenti fissati e poi non utilizzati. Il Cup dovrà ricordare la prenotazione e chiedere al paziente di confermarla o cancellarla, almeno due giorni lavorativi prima dell’appuntamento. L’obiettivo è recuperare per tempo le disponibilità che altrimenti rimarrebbero inutilizzate. Il cittadino è chiamato però a una maggiore responsabilizzazione: se non si presenta all’appuntamento senza averlo disdetto o senza una valida giustificazione può essere chiamato a pagare comunque il ticket. Regola che vale anche per chi normalmente è esente.
Regioni, Province autonome e aziende sanitarie dovranno essere più trasparenti: sui propri siti andranno pubblicate informazioni verificabili e aggiornate sui tempi di attesa.

Presa in carico e day service
Cambia anche la logica della presa in carico per le patologie cronico-degenerative e oncologiche, che prevedono diversi esami e visite in successione. È previsto un percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale, il PdTA: è una sequenza organizzata di visite, esami e trattamenti che può essere gestita direttamente dallo specialista. L’obiettivo è evitare che il paziente debba ottenere una prescrizione, una prenotazione e un appuntamento separati per ogni singola fase dell’assistenza. Si parla inoltre di un maggior ricorso al “day service”, vale a dire il modello di assistenza in cui più prestazioni (visite, esami, interventi ambulatoriali) possono essere organizzate in una unica giornata.
Un articolo del decreto è dedicato alla telemedicina. Televisite e teleconsulto sono considerati strumenti utili per ampliare l’offerta sanitaria e per evitare accessi non necessari alle strutture. Le televisite sono un’alternativa alle visite in presenza utili, per esempio, anche per i controlli dopo una dimissione ospedaliera. Il teleconsulto è il confronto a distanza tra diversi medici su una situazione clinica.

Senza stanziamenti
Si tratta di indicazioni programmatiche che potrebbero migliorare la situazione. Ma le perplessità sorgono quando si considera che per realizzarli non sono stanziati nuovi fondi.
«È uno dei punti più critici», dice ancora Cartabellotta. «Alcune misure organizzative e digitali possono certamente recuperare efficienza con costi limitati. Ma pensare di abbattere strutturalmente le liste di attesa a costo zero è poco realistico. Le stesse Regioni hanno chiesto di verificare nel tempo la congruità delle risorse disponibili. Senza personale e investimenti mirati, il rischio è quindi che standard nazionali uguali sulla carta producano risultati molto diversi nei territori. Con l’effetto di ampliare i divari, perché partiamo da 21 servizi sanitari con dotazioni di personale, infrastrutture digitali e capacità organizzative molto diverse. I dati Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ndr) fotografano già traiettorie disomogenee: Liguria e Lombardia, per esempio, migliorano nettamente sia per visite sia per esami; Abruzzo e Sicilia peggiorano in entrambi gli ambiti, mentre Sardegna e Provincia autonoma di Trento arretrano nelle visite e Valle d’Aosta negli esami. Differenze di questa entità possono incidere sensibilmente sulle percentuali di rispetto dei tempi».