Il Prozac ha compiuto 40 anni. La fluoxetina, principio attivo del farmaco storico, è arrivata nelle farmacie europee nel 1986, precedendo di poco l’ingresso del medicinale nel mercato americano. «L’antidepressivo, capostipite della categoria degli Ssri (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), ha rivoluzionato la farmacopea degli ultimi decenni e rimane ancora oggi un punto di riferimento, anche dal punto di vista culturale», dice Claudio Mencacci, psichiatra, co-presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia.
A lui abbiamo chiesto di smontare, pezzo per pezzo, i falsi miti sugli antidepressivi che, nonostante i progressi compiuti nei laboratori di ricerca, resistono ancora oggi.

1. Creano dipendenza
Non è vero che gli antidepressivi generano addiction, come la chiamano gli esperti. Ciò che è vero invece è che esistono i “sintomi da sospensione”. Per questo è importante non fare confusione. Questi farmaci infatti non provocano il cosiddetto craving, cioè la ricerca compulsiva o la necessità di continuare ad aumentare la dose. Alcune persone però, soprattutto dopo trattamenti particolarmente lunghi o interruzioni brusche, possono sviluppare sintomi come: ritorno d’ansia, difficoltà nel riposo notturno, irritabilità (che si risolvono in pochi giorni). Per questo è fondamentale non interrompere mai all’improvviso la terapia, ma ridurre gradualmente il dosaggio sotto controllo dello specialista.

2. Vanno presi per tutta la vita
Non necessariamente. Dipende dal tipo di depressione che abbiamo di fronte: se si tratta di una forma lieve, di gravità moderata o severa. Va anche valutato se la persona abbia avuto episodi depressivi precedenti. Le linee guida indicano comunque delle durate ottimali: in linea di massima, dopo il primo episodio depressivo, il consiglio è di seguire il trattamento farmacologico almeno per un anno. Se ci sono stati già due o tre episodi, si parla di tre anni di cura.

Psicologia e neuroscienze

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Non è detto che ci si debba curare per tutta la vita, ma è importante non avere fretta di smettere di prendere i farmaci, proprio per evitare ricadute. Il trattamento va protratto per il tempo necessario, che varia a seconda delle condizioni cliniche del paziente. Solo così la depressione potrà non solo essere curata, ma anche guarita.

3. Cambiano la personalità
È una delle paure più grandi. Perché tutto ciò che agisce sul cervello e sulle emozioni ci spaventa. La personalità e il carattere restano gli stessi, ma ciò non significa che non cambi nulla.
Infatti può verificarsi una riduzione dell’intensità delle emozioni, nel senso che alcune punte di emotività possono essere limate. Il fenomeno viene definito dagli esperti emotional blunting, cioè anedonia, una perdita di piacere, come una sorta di “anestetico emotivo”, dove i sentimenti sono percepiti più appannati, offuscati. Si tratta però di una condizione transitoria che, oltre a dipendere dal tipo di molecola, permane solo nella fase iniziale della cura.
In realtà ciò che accade nel comportamento è positivo: molti pazienti affrontano con maggiore sicurezza delle situazioni emozionali che in passato avevano generato un particolare senso di allarme o di preoccupazione. Così come altri - che prima mostravano un senso di eccessiva riservatezza, timidezza, vergogna – si sentono più sicuri di sé, quindi anche più capaci.
Questo non vuol dire cambiare la personalità, vuol dire mostrare quello che si ha dentro. C’è una bella differenza. Quello che viene fuori durante la terapia è quello che c’è già: la novità è che ora la persona viene messa nelle condizioni di poterlo esprimere.

4. Sostituiscono la psicoterapia
Anche su questo punto le indicazioni della comunità scientifica sono molto chiare. Nelle forme di depressione sotto soglia, con sintomi lievi, in prima battuta si ricorre alla psicoterapia, non necessariamente ai farmaci. Nelle forme di grado moderato si consiglia un’associazione tra i due approcci, da condurre sia in maniera combinata sia sequenziale. Nelle forme severe, invece, viene prescritto prima un trattamento farmacologico e a seguire una psicoterapia. Quindi sono due percorsi indipendenti, ma molto ben definiti. Non c’è un primato, c’è un’indicazione a seconda della gravità dello stato depressivo.

5. Fanno ingrassare
Non tutti e non sempre. Diciamo la verità: l’aumento di peso con gli antidepressivi può verificarsi, ma è del tutto controllabile e dipende dalle molecole. La maggior parte dei principi attivi in commercio non contempla questo effetto collaterale. Per fare degli esempi: la fluoxetina non fa ingrassare, anzi potrebbe avere l’effetto opposto; la sertralina e l’escitalopram sono tendenzialmente neutri, mentre la fluvoxamina o la paroxetina possono influenzare il peso. Le caratteristiche individuali e il profilo metabolico del paziente, poi, sono variabili che influiscono.
Quella dei chili in più è una preoccupazione frequente, soprattutto tra le donne. Per questo è importante che lo specialista sia chiaro da subito e scelga con attenzione la molecola, per garantire una buona adesione alle cure.

6. Sono tossici per fegato e cuore
Falso, falsissimo. Non c’è alcuna evidenza scientifica che attesti la pericolosità degli antidepressivi dal punto di vista epatico o cardiometabolico. Naturalmente, prima di iniziare una terapia, va sempre considerato il quadro clinico del paziente, attraverso una serie di esami, tra cui le transaminasi e i tempi di coagulazione.
La grande differenza tra gli antidepressivi di nuova generazione, inaugurati dal Prozac 40 anni fa, rispetto ai precedenti, non è tanto sull’efficacia ma proprio sulla tollerabilità. Mentre i primi farmaci – triciclici – presentavano effetti collaterali su cuore e fegato, le nuove categorie di principi attivi, a equivalenza di efficacia, sono più sicure.

7. Agiscono in fretta
Nessun antidepressivo ha un’azione immediata, non è una compressa per il mal di testa. I tempi d’azione variano a seconda delle molecole, ma in linea generale per avere i primi effetti significativi bisogna attendere circa quattro settimane. Come nell’interruzione, anche nell’inizio della cura si procede per gradi, calibrando il dosaggio che aumenta via via fino ad arrivare alla quantità prescritta. Il medico, in questa fase, terrà conto anche dell’età, del genere e del peso del paziente, oltre che del quadro clinico.

8. Li prendono le persone più deboli
È uno stigma duro a morire. Non è una questione di debolezza, è una questione di salute. Così come un problema cardiologico o polmonare, anche un disturbo mentale può colpire chiunque, e va curato.
La persona che soffre di depressione spesso appare debole perché sperimenta sentimenti di inadeguatezza, di inferiorità, legati alla sua condizione. In realtà sono proprio questi pazienti a uscire dalla patologia più sicuri di prima, grazie alle difficoltà che hanno attraversato. Senza contare che la consapevolezza della malattia, il sentirsi liberi di parlarne e affrontarla sono da considerare segni di forza, non certo di debolezza.

9. Per l’ansia sono inutili
Sbagliato. Gli antidepressivi hanno effetti sull’ansia estremamente positivi e curativi. Agiscono in molti ambiti, dal disturbo di panico al disturbo d’ansia generalizzato alla fobia sociale. A differenza degli ansiolitici, che vengono prescritti al bisogno, hanno un effetto più a lungo termine.

10. Servono solo nei casi gravi
Questi farmaci possono trovare un corretto utilizzo per ogni forma di depressione, con dosaggio e durata differente. Sono sicuramente indispensabili nelle forme gravi e moderate, ma la loro efficacia è spesso valutata anche nelle forme minori o sotto soglia (quando compaiono sintomi come caduta del tono dell’umore, senso di inadeguatezza, di incapacità, difficoltà di concentrazione).