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Le piante provano sensazioni? Sono capaci di comunicare? E cosa ci possono insegnare? Paola Bonfante è una delle massime studiose mondiali di biologia vegetale. In particolare, ha concentrato le sue ricerche sul comportamento dei funghi micorrizici, i microrganismi che interagiscono con le radici della pianta ospite in una dinamica simbiotica di reciproco vantaggio. Ma nell’ultimo saggio Piante, noi e loro (edito dal Mulino), la top scientist torinese esce dal laboratorio per esplorare il legame antico e affascinante fra gli esseri umani e il pianeta verde: un rapporto privilegiato che ciascuno di noi può coltivare ogni giorno, anche solo passeggiando in un parco o annaffiando i fiori sul davanzale.
Professoressa Bonfante, è possibile rapportarsi con le piante da un punto di vista che vada oltre gli studi biologici?
«Per più di cinquant’anni ho immaginato le piante soltanto come attrici dei trial sperimentali, le ho osservate nelle celle di crescita, ho formulato ipotesi e le ho verificate in base ai dati raccolti. E a lungo ho considerato le piante, comparse sulla Terra circa 450 milioni di anni fa, soprattutto sotto un profilo scientifico-utilitaristico, perché le loro oltre 400mila specie ci garantiscono ossigeno, cibo e materiali da costruzione, creano ombra e mitigano le temperature. A un certo punto, però, il mio sguardo ha iniziato ad allargarsi su una duplice prospettiva, sospesa fra ragione e sentimento: resto una biologa, ma mi sono resa conto che esiste anche un modo più empatico per relazionarsi con il regno vegetale (anche se non è necessariamente il mio)».


Paola Bonfante, professoressa emerita di Biologia vegetale all'Università di TOrino, tra le ricercatrici più citate al mondo (foto di Gerald Bruneau)
Perché annusare un bocciolo o abbracciare gli alberi ci fa sentire bene?
«Spesso durante le conferenze chiedo alle persone se parlano con le piante: le mani alzate, di solito, sono parecchie. Ma quando domando che tipo di risposte ricevono, l’uditorio tace. In realtà, ogni volta che ci avviciniamo a un vegetale coltivato - che cioè non vive libero e autosufficiente in natura -, gli dedichiamo tempo e attenzioni e ne veniamo ripagati, quando per esempio si vede che si sviluppa bene, fiorisce o fruttifica: in fondo, è una specie di feedback. In ogni caso, già il solo fatto di poter instaurare una relazione di cura con una pianta, indipendentemente dai risultati, ci dona un senso di appagamento».
È un po’ il concetto della volpe che insegna al Piccolo principe a prendersi la responsabilità del legame creato con la rosa che aveva “addomesticato”?
«Esatto. I vegetali in vaso vanno accuditi perché sono vivi e percepiscono i cambi di luminosità e di temperatura, la carenza o l’eccesso d’acqua, le variazioni della composizione chimica del terreno, la presenza di parassiti o di sostanze tossiche. Non solo: alcuni sostengono che certe piante diventano rigogliose quando le collochiamo un locale dove si ascolta spesso musica classica. Su questo aspetto esistono ancora pochi studi che siano scientificamente solidi, ma non si può negare che i vegetali reagiscano a onde e vibrazioni sonore che - percepite a livello cellulare - innescano reazioni fisiologiche che ne possono influenzare la crescita».
I vegetali sono intelligenti?
«Sir Jagadis Chandra Bose, celebre fisico e biologo indiano vissuto a cavallo fra Otto e Novecento e considerato il fondatore della plant neurobiology, affermava che le piante hanno nervi e cellule che pulsano esattamente come le cellule nervose e cardiache degli animali. Nel suo saggio I movimenti e le abitudini delle piante rampicanti, tradotto in italiano nel 1878, anche Charles Darwin individuava nelle radici una sorta di cervello. Questi studi hanno stimolato un revival dell’affermazione “le piante sono intelligenti”, ottenendo un clamoroso successo da parte del pubblico che adora le piante e larghe critiche da parte dei ricercatori del settore. Come tutti gli organismi viventi, le piante hanno grandi capacità adattative: comparse più di 450 milioni di anni fa, hanno superato drammatici eventi accaduti nel corso delle ere geologiche, e costituiscono attualmente la maggiore biomassa nel nostro pianeta. Quindi, se per intelligenza s’intende la capacità di affrontare e risolvere i problemi, senza dubbio le piante sono intelligenti. Tuttavia, non abbiamo nessuna prova sperimentale per attribuire loro capacità cognitive, di pensiero e di elaborazione, come associamo alla definizione di intelligenza. La capacità delle piante di percepire la luce, incurvandosi o ruotando verso la sorgente luminosa come nel caso del girasole, o di reagire al contatto chiudendo le foglie, come accade alla Mimosa pudica, è perfettamente spiegabile attraverso i meccanismi biologici che le piante realizzano e che sono descrivibili a partire dai geni coinvolti fino ai processi fisiologici che osserviamo con i nostri occhi. Attribuire capacità cognitive alle piante è un’antropomorfizzazione».
Possiamo imparare da loro?
«Oggi imparare dalle piante significa studiare le loro straordinarie abilità: riusciremo a realizzare la fotosintesi in laboratorio? È una grande scommessa, e molti laboratori sono già impegnati in questa direzione. Il premio Lombardia per la ricerca di un milione di euro nel 2021 ha premiato tre gruppi italiani e stranieri che lavorano proprio in questo settore. O ancora, le piante insegnano a raccogliere e conservare le riserve idriche come fanno le cactacee, che trasferiscono una goccia d’acqua dalla punta delle spine alle radici. Questi sono gli obiettivi di chi lavora nel campo della biomimesi, per sviluppare strumenti che si ispirano alle strategie dei vegetali».
Cosa dice la scienza sui benefici dei “bagni di foresta”?
«Per ora esistono solo lavori basati su campioni numericamente poco significativi, ma sono comunque alcune idee suggestive. Gli studi giapponesi sullo shinrin-yoku, cioè l’abitudine a immergersi consapevolmente nei boschi attivando tutti e cinque i sensi per beneficiare dell’atmosfera creata dagli alberi, evidenziano che effettivamente il corpo viene esposto all’azione dei terpeni: sono dei composti organici aromatici e volatili emessi dalle piante come meccanismo di difesa naturale, e possiedono proprietà antinfiammatorie e antimicrobiche. L’inalazione di queste molecole può contribuire a ridurre lo stress e a migliorare l’umore».
Parecchi anni fa Umberto Veronesi volle un giardino all’interno dell’Istituto europeo di oncologia ed è stato progettato da Stefano Boeri un tetto verde per il Policlinico di Milano: perché?
«Veronesi aveva intuito che il rapporto, anche solo visivo, con le piante ha un’azione benefica. Ormai i progetti degli ospedali moderni, e di molte strutture destinate alla terra età, prevedono sempre la presenza di ampi spazi verdi, e numerose ricerche di neuropsicologia confermano che curare una pianta durante la degenza contribuisce ad accelerare la guarigione e a migliorare la risposta immunitaria. Grazie all’architettura contemporanea che sostiene boschi verticali, tetti verdi e orti urbani, le piante diventano le compagne della nostra quotidianità».
Come si può rinsaldare quest’amicizia?
«Cerchiamo degli alberi vicino ai quali, d’istinto, ci sentiamo bene - il vecchio melo che sboccia ogni primavera e il ginkgo che d’autunno si trasforma in una nuvola di foglie dorate - e andiamoli a trovare regolarmente, in tutte le stagioni. Abituiamoci a raccogliere semi trovati in natura e mettiamoli in vaso a casa, per osservarne lo sviluppo, e interriamo il nocciolo dell’avocado, per dare un senso a ciò che di solito si butta via. Sperimentiamo con i bulbi, come il maestoso Amaryllis che cresce veloce, e i giacinti che ci stupiscono per il profumo. Consiglio per i davanzali i coloratissimi Delphinium, che amano il sole e portano allegria, o davanti a una finestra le Phalaenopsis, orchidee che allenano la capacità di attendere e ci premiano con fioriture di un’eleganza infinita. Creiamo terrazzi spontanei e personalizzati, pieni di tante varietà diverse, nate da semi scambiati e da talee regalate dagli amici, o tramandate in famiglia da generazioni. Affidiamoci all’effetto sorpresa, magari rinunciando all’estetica formale...».


Piante, noi e loro. Biologia, simboli, sentimenti di una relazione speciale (Il Mulino) è il libro della biologa Paola Bonfante











