Pensavo che diventare madre significasse imparare a fare un sacco di cose nuove. Non sapevo che la cosa più difficile sarebbe stata imparare a ri-conoscere me stessa». Comincia così Supernova (appena edito da Aboca edizioni), il libro di Nina Gigante che è giornalista, integrative health coach specializzata in medicine orientali e autrice di una newsletter seguitissima su Substack, Terracielo. Da quattro anni è mamma di Arturo.

Ha deciso di scrivere perché non trovava nulla che si concentrasse sulla donna che diventa madre. «Tra un biberon e un rigurgito, cosa sarebbe successo a me?», si legge. «Non c’era libro che me lo spiegasse. Anzi, peggio: non c’era libro che se lo chiedesse. Eppure, io c’ero. E volevo sapere cosa sarebbe accaduto a me, dopo».

Nina Gigante, cominciamo dal titolo, Supernova: cosa c’entrano le stelle?
«Diventare madri è paragonabile a un evento cosmico che prevede un collasso e una rinascita insieme, proprio come accade alle supernove che esplodono e generano un universo nuovo. Per diventare madri, però, non basta partorire, non c’è un interruttore che fa clic e improvvisamente “collassa la donna di ieri e ne nasce una nuova”. Io, che nella vita non avevo mai avuto l’obiettivo della maternità, sono rimasta incinta a 40 anni, quindi in un’età di maggiore maturità e consapevolezza. Ovviamente volevo prepararmi e, visto che ho sempre considerato i libri lo strumento per conoscere il mondo, ho cominciato a comprarne e leggerne a decine per sapere cosa mi sarebbe successo, a quali cambiamenti, difficoltà e trasformazioni sarei andata incontro. E invece niente, non ero soddisfatta, non trovavo un libro che rispondesse alle mie domande: perché nessuno guarda le donne che diventano madri? Perché nessuno indaga la portata e gli effetti di questa trasformazione?».

Cos’è la matrescenza di cui parla?
«È stata l’antropologa americana Dana Raphael a coniare il termine matrescence negli anni Settanta, per indicare l’insieme dei cambiamenti che avvengono nella donna durante la maternità. È una parola che ne evoca volutamente un’altra, adolescenza, il passaggio evolutivo che conduce dalla fanciullezza all’età adulta. Ma se gli adolescenti sappiamo guardarli come un concentrato di cambiamenti ormonali, corporei ed emotivi, non abbiamo un’immagine simile di ciò che accade a una donna quando diventa madre e si è dovuti ricorrere a una nuova parola. Perché alle madri si chiede di diventare mamme tutte nello stesso momento e nello stesso modo? Così, per comodità, tendiamo a pensare alla maternità in modo polarizzato: come felicità estrema o, all’opposto, associata alla depressione post partum. In mezzo, invece, abitano le esperienze di milioni di donne che difficilmente riescono a descrivere cosa provano, sentono e vivono durante questo importante passaggio che può essere un misto di appagamento e di smarrimento, felicità e nostalgia per la sua vecchia vita. È la matrescenza».

Per una donna è ancora difficile parlare delle emozioni ambivalenti che può provare dopo il parto?
«Una madre deve amare il suo bambino perché per costrutto culturale associamo la maternità all’amore incondizionato: non puoi dire che sei stanca, non puoi dire che non ce la fai, altrimenti vuol dire che non ami tuo figlio. In questo libro invece affermo l’esatto contrario. E parlo di identità, corpo, psiche, desiderio, progetto di vita. Perché dalla pratica clinica delle psicologhe perinatali oggi sappiamo che l’ambivalenza esiste, che posso amare il mio bambino e allo stesso tempo desiderare di dormire una notte intera. Non solo, sappiamo che questa ambivalenza è sana e bella. L’errore, e il disagio, cominciano quando si vuole schiacciare la donna dentro a una funzione».

Diete e perdita di peso

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Come cambia il cervello?
«Se la neomamma dimentica le chiavi di casa o non ricorda dove ha messo il telefonino, è perché nel cosiddetto mommy brain, il cervello della mammima, si incrementano le aree connesse all’empatia e alla cura del bebè: tutto il resto, anche le chiavi e il telefonino, può finire sullo sfondo. Lo hanno mostrato alcuni studi anche attraverso le risonanze magnetiche. Si tratta di una specializzazione transitoria, di alcuni mesi, che non riguarda solo il cervello della madre biologica ma anche di chi si prende cura quotidianamente del bambino, dunque anche dei padri coinvolti o negli altri adulti delle famiglie allargate. È la cura, non la gravidanza in sé, a trasformare il cervello».

Uno dei temi toccati è la solitudine delle madri.
«È il grande tema contemporaneo: la solitudine. Quando diventiamo madri siamo tutte sole, anche perché non esiste più il famoso villaggio. Le amiche hanno la loro vita, i nonni vivono in un’altra città e quando li sentiamo non ci chiedono più come stiamo ma di quanti etti è aumentato il neonato. Diventi madre nel vuoto, non esiste un passaggio di consegne e per mantenere una connessione con il mondo fuori hai solo il telefono. Ecco, prenderne atto vuol dire capire quanto la solitudine impatti sulla serenità mentale delle madri e cominciare a prendercene cura. Anche per contrastare la denatalità, la società deve cominciare a guardare le madri e a sostenerle».