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Un concerto, come quello di Jovanotti (nella foto) rappresenta uno dei momenti di massima condivisione © Marco Pasquini/ZUMA Wire/ZUMAPRESS.com
Una canzone non chiede permesso. Ci entra in testa e, subito, il corpo risponde. Un ritornello ci fa battere il piede, una melodia ci regala la pelle d’oca, un ritmo ci stringe lo stomaco. La musica arriva così, senza bussare. Ci accompagna in macchina, in cucina, al lavoro, nei momenti di riflessione. Ci riunisce nei concerti pop degli stadi e nei teatri d’opera.
Già nei Neanderthal la presenza di strumenti come il flauto di Divje Babe – ricavato dal femore di un orso delle caverne e datato a oltre 35mila anni fa – suggerisce che il suono avesse un ruolo nella vita quotidiana: forse per comunicare, esprimere emozioni o rafforzare i legami all’interno del gruppo. Non era un semplice ornamento culturale, ma una pratica condivisa, carica di significato.
Oggi sappiamo che ascoltare le note non è solo un piacevole passatempo ma ha plasmato la nostra evoluzione, come racconta Cervello in musica (appena edito da Carocci Editore), il libro delle psicologhe dell’Università di Pavia Laura Ferreri e Carlotta Lega. Il cervello umano nasce predisposto alla musica. Fin dai primi mesi di vita, e persino prima della nascita, i neonati mostrano una sorprendente capacità di percepire e distinguere ritmi, melodie e variazioni tonali. Queste competenze emergono prima di qualsiasi apprendimento formale e indicano che la percezione musicale poggia su meccanismi cognitivi e neurali innati, che poi si affinano grazie all’esperienza e all’esposizione ai suoni della propria cultura (Cognition, 2005).
La ninna nanna
La musica ha avuto un ruolo chiave anche nella costruzione delle relazioni sociali. «La teoria del parental caring, o cura parentale, suggerisce che vocalizzazioni melodiche come il canto delle ninne nanne favoriscano il legame tra genitori e figli, offrendo un vantaggio evolutivo», scrivono Ferreri e Lega. La sincronizzazione ritmica tra adulti e bambini, osservabile già nei primi mesi di vita, non facilita solo la comunicazione emotiva, ma incoraggia anche comportamenti cooperativi e prosociali. Lo dimostra uno studio canadese (Developmental Science, 2014): bambini e bambine di 14 mesi erano più inclini ad aiutare gli altri dopo aver condiviso un’esperienza musicale.
Questo effetto non scompare con l’età. Anche da adulti, sincronizzarsi con un’altra persona – battendo le dita a tempo o cantando insieme – aumenta la cooperazione e migliora la percezione reciproca, come mostrano Michael Hove e Jane Risen (Social Cognition, 2009). La musica, dunque, è un potente strumento di connessione sociale. Ci insegna a muoverci insieme agli altri, a riconoscerne le emozioni, a costruire quei legami che rendono possibile la vita collettiva.
Il piacere del ballo
La musica non è fatta solo per essere ascoltata: ci mette in movimento, letteralmente. La relazione tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo nasce da un meccanismo semplice e potente, l’apprendimento associativo. Ripetendo nel tempo gli stessi gesti insieme agli stessi suoni, il cervello costruisce legami sempre più solidi tra percezione e azione. È il principio riassunto nella celebre e poetica legge di Hebb (1949): «I neuroni che si attivano insieme, si connettono tra loro». In ambito musicale questo significa che muovere le mani, le dita o l’intero corpo non è un effetto collaterale dell’ascolto, ma un modo per percepire meglio ritmo e suoni (Nature Reviews Neuroscience, 2007).
Uno degli esempi più evidenti di questo legame è il groove, ovvero quel piacere irresistibile che proviamo nel muoverci a tempo. «Il groove musicale rappresenta un chiaro esempio di come la musica possa innescare risposte motorie automatiche», continuano Ferreri e Lega. «Quando ascoltiamo un brano musicale con un forte groove, la percezione del ritmo e delle sue caratteristiche uditive attiva direttamente le aree motorie e premotorie del cervello, innescando l’impulso a muoversi in sincronia con la musica». Quindi le note regalano un’esperienza corporea, che intreccia percezione, azione e piacere.
Un arcobaleno di emozioni
Dal punto di vista neurale, l’esperienza emotiva della musica nasce dall’interazione tra diverse aree corticali e sottocorticali del cervello. Regioni come la corteccia temporale, orbitofrontale, cingolata, paraippocampale e insulare partecipano all’analisi del suono e all’integrazione delle informazioni emotive. Ma è soprattutto nelle strutture più profonde che prendono forma le emozioni musicali.
L’amigdala valuta il significato affettivo di ciò che ascoltiamo e si attiva quando un brano ci colpisce o ci coinvolge emotivamente. Lo striato, in particolare il nucleo accumbens, è invece al centro delle sensazioni di piacere intenso, come i brividi, e contribuisce a dare valore soggettivo alla musica. «L’ippocampo, noto per il suo ruolo nella memoria e nell’apprendimento, è coinvolto anche nella regolazione dello stress e nella generazione di emozioni profonde come tenerezza, tristezza, gioia e senso di pace», spiegano Ferreri e Lega. «È infatti sensibile agli ormoni dello stress e dell’attaccamento, come il cortisolo e l’ossitocina, e la sua attivazione suggerisce che la musica contribuisce alla riduzione dello stress e al rafforzamento dei legami sociali».
Questi meccanismi aiutano a spiegare anche la funzione regolatrice della musica. Durante i periodi difficili, come il confinamento dovuto alla pandemia da Covid-19, molte persone hanno aumentato l’ascolto musicale, trovandovi un efficace supporto contro ansia e depressione (Annals of the New York Academy of Sciences, 2023). Il beneficio, però, varia da individuo a individuo ed è legato alla sensibilità personale alla ricompensa.
La musica, inoltre, è capace di suscitare emozioni complesse che vanno oltre le categorie tradizionali di gioia, tristezza o paura. Studi neuroscientifici e psicologici hanno identificato reazioni all’ascolto come nostalgia, meraviglia, trascendenza, serenità, a conferma che la musica crea emozioni.
Il legame con la memoria
I brani hanno un legame molto stretto anche con la memoria. Nella vita quotidiana, così come in ambito clinico, si rivelano uno strumento capace di preservare i ricordi anche quando altre funzioni cognitive si indeboliscono. Nei pazienti con Alzheimer, per esempio, non è raro osservare la capacità di riconoscere e cantare melodie familiari, nonostante gravi difficoltà in altre forme di memoria. Questo suggerisce che alcune reti cerebrali coinvolte nella memoria musicale siano relativamente risparmiate dalla neurodegenerazione (Medical Hypotheses, 2005).
Le note favoriscono il ricordo attraverso diversi meccanismi. Uno dei più noti è il cosiddetto reminiscence bump: le persone tendono a ricordare con maggiore vividezza eventi vissuti tra l’infanzia e la giovane età adulta, in particolare tra i 10 e i 30 anni. «Questo effetto emerge anche nei ricordi musicali», notano Ferreri e Lega. Le canzoni ascoltate in gioventù non solo contribuiscono a formare i gusti dell’età adulta, ma rimangono particolarmente salienti e memorabili, resistendo meglio al passare del tempo. Non a caso, molti raccontano come basti una melodia per essere trasportati all’istante in un momento preciso del passato.
«Il beneficio non è però limitato al solo recupero di eventi personali trascorsi», si legge nel libro. «Un esempio significativo è la maggiore capacità degli individui di memorizzare, mantenere e richiamare informazioni verbali quando queste vengono presentate insieme alla musica. Di conseguenza, la musica potrebbe rappresentare un potente strumento per il miglioramento della memoria verbale, facilitando l’apprendimento e la ritenzione di informazioni linguistiche».
L’effetto Mozart
Oltre a stimolare memoria e attenzione, la musica sembra agire come una sorta di palestra per il cervello. L’idea nacque negli anni Novanta con il celebre “effetto Mozart”, secondo cui l’ascolto di Wolfgang Amadeus Mozart, in particolare della sua Sonata per due pianoforti in Re maggiore K448, potrebbe migliorare temporaneamente il ragionamento spaziale e le capacità cognitive (Neuroscience Letters, 1995). Pur trattandosi di un effetto momentaneo, questa scoperta ha aperto la strada a numerosi studi sul potenziale della musica di rafforzare funzioni cognitive più durature. Suonare uno strumento o cantare richiede coordinazione motoria fine, destrezza bimanuale e sincronizzazione tra mani, dita e voce, abilità che migliorano anche competenze pratiche quotidiane. Allo stesso tempo, la pratica musicale affina l’orecchio: chi studia musica sviluppa una percezione più precisa di frequenze, timbro e ritmo, che facilita la comprensione del linguaggio e può agevolare l’apprendimento di nuove lingue grazie a una maggiore sensibilità fonologica e ritmica.
I benefici si estendono anche alle capacità cognitive più complesse: fare musica in gruppo stimola pianificazione, attenzione, autoregolazione emotiva e competenze sociali, favorendo cooperazione, empatia e benessere emotivo. In sintesi, la musica offre un allenamento complesso e multi-sfaccettato che sostiene lo sviluppo globale della mente, rendendola più flessibile, attenta e pronta a nuove sfide.















