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Olivia Colman e Benedict Cumberbatch, protagonisti del film I Roses, stanno facendo terapia di coppia. Il remake del classico del 1989 La guerra dei Roses è diretto da Jay Roach ed è nelle sale cinematografiche dal 27 agosto 2025.
Spesso si tratta solo di incomprensioni. E spesso, facendosi aiutare, si superano. Secondo il più esteso studio internazionale sulle terapie di coppia, pubblicato sulla rivista scientifica statunitense Family Process da ricercatori delle Università dell’Illinois e del Texas, la psicoterapia che si intraprende in due è la forma di aiuto psicologico che è cresciuta di più negli ultimi anni, ed è una crescita destinata a proseguire.
Non c’è da stupirsene. In una società che mette l’individuo e la gratificazione dei suoi bisogni personali al primo posto, legami e relazioni affettive vanno in crisi. Lo confermano i dati: oggi nei Paesi occidentali più di un terzo dei matrimoni finisce in un divorzio, negli Stati Uniti siamo a quasi il 50%. L’Italia, oltre a essere uno dei Paesi europei in cui ci si sposa meno, è anche tra quelli in cui i divorzi aumentano di più. Secondo le ultime rilevazioni Istat, dal 2013 al 2023 le separazioni sono passate da 53mila a 80mila l’anno.
Quando una relazione entra in crisi, che si tratti di conflittualità, freddezza o insoddisfazione reciproca, non è solo l’armonia familiare a essere compromessa. La letteratura scientifica ha da tempo dimostrato che mentre una stabile relazione allunga l’aspettativa di vita, i problemi di coppia, una delle principali cause di stress emotivo della vita adulta, sono l’anticamera di disturbi di ansia, dell’umore e di depressione, con le connesse conseguenze sulla salute fisica.
Una spirale d’infelicità che mette a repentaglio, nelle coppie di genitori, anche il benessere dei figli. Tanto che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm), testo medico di riferimento per la classificazione delle patologie psichiche, nell’ultima edizione ha incluso una nuova voce: “Child affected by parental relationship distress” (Caprd), che si può tradurre con “bambini affetti da disagio della relazione genitoriale”.
La buona notizia è che affidarsi a chi è esperto di problemi relazionali può essere risolutivo. Secondo le più recenti ricerche, citate dallo studio americano, il 70% delle coppie che inizia insieme un percorso di terapia ne trae beneficio, e la metà mostra di aver lasciato alle spalle la crisi anche dopo due anni dalla fine delle sedute.
Campanelli d’allarme
Nella vita a due, qualche disaccordo e incomprensione sono inevitabili. Ma quand’è che si supera il livello di guardia ed è consigliabile affidarsi a mani esperte? Le circostanze possono essere diverse, ma a fondamento di ogni crisi irrisolta sembra esserci un’incapacità di comunicare. «Possiamo individuare quattro scenari principali», dice Chiara Ruini, docente di Psicologia clinica all’Università di Bologna. «Prima di tutto quando si rimane inchiodati nelle stesse dinamiche e schemi ripetitivi, a livello comunicativo e comportamentale. Quando i periodi di incomunicabilità diventano così lunghi che la negoziazione delle rispettive esigenze diventa difficile. Quando non si riesce più a chiedere scusa e riconciliarsi. E poi, senza dubbio, quando uno dei due oltrepassa i limiti e diventa aggressivo».
Il primo passo nella terapia è la cosiddetta analisi della domanda. Il terapeuta analizza il motivo per cui si è chiesto aiuto: «Può essere l’esigenza di gestire meglio i conflitti, o ritrovare un’intesa sessuale, o magari il bisogno di capire come affrontare gravi problemi personali, magari di salute, di uno dei due. L’importante è che la coppia sia intenzionata a collaborare. Inutile iniziare una terapia se, per esempio, il problema è il tradimento ma il partner infedele continua ad avere una relazione parallela e non lo dice».
Teoria e pratica
Gli orientamenti teorici in psicologia sono diversi ma spesso i terapeuti li integrano, per individuare un percorso a misura dei clienti.
• L’idea alla base dell’approccio sistemico è che, al di là dei pensieri e delle emozioni dei due partner, la relazione sia un sistema, a sua volta connesso al sistema più ampio di relazioni con le famiglie d’origine, amici, colleghi. Questa terapia si concentra quindi soprattutto sugli aspetti interpersonali alla base delle difficoltà, per esempio quali sono i rispettivi ruoli ricoperti all’interno della coppia.
• La terapia comportamentale è quella che mira ad aiutare i partner a sviluppare, anche durante le sedute, capacità di comunicazione e di risoluzione dei problemi. Le migliorate capacità saranno usate per introdurre cambiamenti in comportamenti specifici, che avvicinino i partner e rendano la relazione più equilibrata.
• La terapia cognitivo-comportamentale aggiunge l’analisi delle componenti cognitive, quelle cioè che riguardano i pensieri e le esperienze interiori dei partner, per aiutare le coppie a identificare e modificare quelle radicate convinzioni e quelle aspettative sbagliate che contribuiscono al disagio. Si proverà a sostituirle con alternative migliori.
Nei due ultimi approcci, il terapeuta allena le coppie nelle capacità comunicative, che includono l’ascolto attivo e l’uso di un linguaggio non accusatorio. Le nuove capacità saranno usate per esprimere i propri bisogni ed emozioni senza incorrere nelle usuali reazioni negative dell’altro. Del resto, come dice la Bibbia, «una risposta gentile calma il furore, una parola pungente eccita l’ira» (Proverbi 15.1).
Quattro cose da non fare
John e Julie Gottman, due professori di psicologia americani, hanno raccolto per 40 anni, con interviste, test e videoregistrazioni, informazioni su migliaia coppie. I risultati hanno permesso di sviluppare una terapia che si basa soprattutto sulla promozione dell’empatia e della comprensione reciproca. Uno, molto, interessante, li ha portati alla definizione di quattro schemi di comunicazione distruttivi che sono risultati ricorrenti nelle coppie destinate a entrare in crisi. Un utile guida su ciò che non si deve fare.
• La critica. È l’atteggiamento di chi l’insoddisfazione la esprime non lamentando un comportamento specifico, ma sotto forma di attacco diretto al partner, circostanza che crea una spirale di risentimento.
• Disprezzo. È una svalutazione del partner, spesso condita da mancanza di rispetto e scherno, che umilia e allontana chi lo subisce.
• Atteggiamento difensivo. È una reazione automatica alle critiche, dove chi è messo in discussione, invece di prendere in considerazione i rilievi, assume il ruolo della vittima. Il risultato è spesso una spirale di recriminazioni reciproche in cui ci si rinfacciano comportamenti passati.
• Ostruzionismo. Vale a dire il ritiro dal confronto: si chiude la comunicazione, rendendosi sordi alle richieste dell’altro.