In Italia i centenari sono oltre 23mila e cresce anche il numero dei supercentenari, le persone che raggiungono e superano i 110 anni. La longevità eccezionale non è più una rarità statistica, ma un fenomeno demografico che sta ridisegnando la struttura della popolazione e che spinge la ricerca scientifica a interrogarsi su come e perché si possa vivere così a lungo.

Da anni gli studiosi analizzano le cosiddette Zone Blu, aree del mondo caratterizzate da una concentrazione insolitamente elevata di persone che raggiungono età molto avanzate in buone condizioni di salute.
Accanto a realtà ormai note come la Sardegna, un recente studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Ageing and Longevity suggerisce che anche Caltabellotta e l’area dei Monti Sicani, in Sicilia, possano rappresentare una nuova zona di longevità straordinaria. La ricerca è firmata, tra gli altri, dal professore emerito dell’Università di Palermo Calogero Caruso e dall’epidemiologo sardo Gianni Pes, l’ideatore del concetto di Zone Blu insieme al demografo belga Michel Poulain.
Ma qual è il vero segreto dei centenari? Quanto contano genetica, alimentazione, ambiente e relazioni sociali? E soprattutto, stiamo davvero imparando a invecchiare meglio?

Professor Caruso, lei ha studiato a lungo il caso di Caltabellotta. Che cosa rende questa comunità così singolare?
«L’interesse nasce da un percorso iniziato molti anni fa insieme a Michel Poulain. Inizialmente avevamo studiato le Madonie, dopo che la demografa romana Grazia Caselli aveva osservato una mortalità particolarmente bassa negli ultraottantenni dei paesi montani siciliani. Da lì abbiamo iniziato a ricostruire, comune per comune, la storia anagrafica delle popolazioni locali».

Come si calcola la longevità di un luogo?
«Non basta contare quanti centenari vivono oggi in un paese, perché nei piccoli centri l’emigrazione altera moltissimo le proporzioni. Bisogna studiare i cosiddetti “centenari virtuali”: si analizzano i registri dello stato civile a partire dall’Ottocento, controllando le annotazioni di nascita e di morte per capire quanti neonati siano realmente arrivati ai cento anni. Con questo approccio abbiamo osservato che alcuni paesi delle Madonie e dei Monti Sicani, tra cui Caltabellotta, mostravano una frequenza di longevità superiore alla media siciliana».

Grazie al vostro studio del 2025, Caltabellotta viene oggi indicata come una Zona Blu emergente. Cosa significa?
«Vuol dire che mostra alcune caratteristiche tipiche delle aree con alta longevità, ma non ha ancora tutti i requisiti delle Zone Blu riconosciute, come l’Ogliastra in Sardegna, Ikaria in Grecia e Nicoya in Costa Rica. Non esiste un ente ufficiale che certifichi queste zone, ma gli scienziati Michel Poulain e Gianni Pes hanno definito criteri molto rigorosi che oggi vengono considerati il riferimento internazionale per poter parlare di Zona Blu consolidata».

È vero che le Zone Blu non sono eterne?
«Sì, possono perdere nel tempo le loro caratteristiche. Okinawa, in Giappone, è un esempio chiaro: per decenni è stata indicata come una delle zone più longeve al mondo, ma dopo la Seconda guerra mondiale ha subito una forte influenza americana e la dieta tradizionale, basata su pesce, verdure, soia e alghe, è stata in parte sostituita da cibi industriali come hamburger, snack e fritti. Questo cambiamento ha avuto effetti concreti nelle nuove generazioni, con un aumento dell’obesità rispetto al resto del Giappone».

Quali sono invece gli elementi comuni che sopravvivono nelle oasi di eterna giovinezza?
«Si ritrovano soprattutto equilibri di vita semplici, che nelle grandi città si stanno perdendo. Sono spesso zone isolate o montane, dove le persone si muovono molto ogni giorno e mantengono forti legami comunitari. Per esempio, nelle Madonie le famiglie vivono spesso sotto lo stesso tetto o molto vicine, con una presenza costante dei nonni nella vita quotidiana. Questo riduce isolamento e solitudine negli anziani. Un elemento centrale è il movimento quotidiano: camminare e restare attivi conta moltissimo, spesso più della sola alimentazione. A questo si aggiungono meno stress, ritmi di vita più lenti e un ambiente generalmente meno inquinato».

Non esiste una dieta magica del centenario?
«No, anche se quello che emerge dagli studi è un modello alimentare semplice e stabile nel tempo: cibi freschi e poco lavorati, tanta verdura, legumi e cereali integrali, con un consumo moderato di carne rossa. In generale, sono poco presenti gli alimenti industriali e molto processati. Non si tratta quindi di una dieta speciale, ma di abitudini alimentari equilibrate mantenute per tutta la vita».

C’è un aspetto che l’ha sorpresa studiando gli anziani più longevi?
«La loro ironia. Un centenario di 108 anni, alla domanda sul segreto della sua longevità, mi rispose: “Dottore, lei è medico, me lo deve dire lei”. Molti mantengono un umorismo vivo e sorprendente anche in età molto avanzata. Un altro elemento interessante è la resilienza fisica: alcuni affrontano interventi chirurgici, infezioni o problemi importanti con una capacità di recupero davvero fuori dal comune».

Un caso che ricorda?
«Mi viene in mente il siciliano Antonino Turturici, che a giugno del 2020 è stato operato per una frattura del femore all’età di 108 anni. Nonostante l’età molto avanzata, l’intervento è andato bene e il recupero è stato rapido: dopo soli quattro giorni di ricovero è tornato a casa per iniziare la riabilitazione. Non ci sono state complicazioni e non è stato necessario ricorrere a trasfusioni».

Si parla di centenari in generale, ma esistono livelli diversi: ultranovantenni, centenari, semi-supercentenari e supercentenari. È importante distinguerli?
«Sì, è fondamentale. In genere si definiscono ultranovantenni le persone tra i 90 e i 99 anni, centenari quelle tra i 100 e i 104, semi-supercentenari chi arriva tra i 105 e i 109 anni e supercentenari chi raggiunge e supera i 110. Nei nostri studi immunologici, però, adottiamo una classificazione più funzionale e distinguiamo solo tra longevi fino a 104 anni e grandi longevi dai 105 anni in su. È soprattutto in quest’ultimo gruppo che osserviamo caratteristiche biologiche particolarmente interessanti, come una maggiore efficienza dei meccanismi di controllo dell’infiammazione rispetto ai centenari più “giovani”».

A tal proposito, nei suoi studi emerge spesso il tema dell’inflammaging, termine coniato dall’immunologo Claudio Franceschi dell’Università di Bologna. Di cosa si tratta?
«Una delle principali cause di invecchiamento è un’infiammazione cronica silenziosa, che il corpo mantiene per anni senza sintomi evidenti. È come un piccolo fuoco costante che, nel tempo, danneggia organi, vasi sanguigni e sistema immunitario. Nei nostri studi abbiamo visto che i semi-supercentenari e i supercentenari riescono a controllarla meglio rispetto agli anziani comuni. Alcuni marcatori biologici legati all’infiammazione, nei centenari più longevi, risultano addirittura simili a quelli dei giovani».

Quanto pesa la genetica sull’aspettativa di vita?
«Potremmo ipotizzare il 50%, ma con alcune considerazioni. Uno studio apparso nel 2019 su The Journals of Gerontology ha mostrato che alcune varianti del gene APOE, collegate sia alla longevità sia al rischio di Alzheimer, non hanno lo stesso effetto in persone con lo stesso Dna ma vissute in ambienti diversi. Per esempio, centenari del Sud Italia e corregionali cresciuti negli Stati Uniti hanno una genetica simile, ma stili di vita molto differenti. Questo introduce il concetto di esposoma: non conta solo il Dna, ma anche la sua espressione, che dipende da come i geni vengono influenzati dai fattori esterni».

Di esposoma, ossia dell’insieme delle nostre esposizioni a fattori come lo smog, il clima e l’alimentazione, ha parlato al Vatican Longevity Summit, che si è svolto il 25 e 26 maggio a Roma. Di cosa si tratta esattamente?
«L’esposoma comprende tutto ciò che non è genetica: alimentazione, inquinamento, istruzione, relazioni sociali, microbiota (cioè l’insieme di microrganismi che ospitiamo), stress, attività fisica, infezioni e persino le condizioni vissute durante la gravidanza».

È vero che sulla longevità potrebbe pesare addirittura il mese di nascita?
«Sono studi da approfondire. Una ricerca apparsa nel 2011 sul Journal of Aging Research ha osservato che, negli Stati Uniti, i centenari erano più spesso nati in autunno rispetto alla popolazione generale. Questo non ha nulla a che vedere con fattori zodiacali, ma con condizioni ambientali variabili durante la gravidanza e i primi mesi di vita, come infezioni stagionali, alimentazione o altre esposizioni precoci che possono influenzare lo sviluppo a lungo termine».

Anche il sistema immunitario gioca un ruolo centrale nella longevità…
«Sì, oggi si parla di resilienza immunologica, cioè la capacità del nostro organismo di resistere alle malattie, riprendersi rapidamente dalle infezioni e mantenere l’equilibrio riducendo i danni dell’invecchiamento. Molti centenari hanno affrontato grandi epidemie nel corso della vita, come l’influenza spagnola del 1918 e più recentemente il Covid-19. In alcuni casi sono stati trovati anticorpi ancora attivi contro la spagnola, segno che la memoria immunologica può restare funzionante per oltre un secolo».

In Italia le donne sono oltre l’80% dei centenari e quasi il 90% dei semi-supercentenari. Come si spiega questo vantaggio femminile?
«Dipende sia da fattori biologici – geni, ormoni e sistema immunitario – sia da differenze nello stile di vita, nel lavoro e nel contesto sociale. Una possibile spiegazione riguarda i cromosomi sessuali: le donne possiedono due cromosomi X, mentre gli uomini un X e un Y. Avere due copie dello stesso cromosoma offre una sorta di “riserva”, perché un gene difettoso può essere compensato dall’altro. Inoltre, una parte del secondo cromosoma X, ricca di geni coinvolti nelle difese immunitarie, rimane attiva. Questa doppia dotazione potrebbe rendere il sistema immunitario femminile più efficiente e contribuire alla maggiore sopravvivenza delle donne».

Perché le donne vivono più degli uomini

I fattori che determinano l’aspettativa di vita più lunga nelle femmine rispetto ai maschi spiegati da Francesca Baglio, neurologa al Centro Santa Maria Nascente di Fondazione Don Gnocchi a Milano, ospite di Agnese Pellegrini nel programma Lo spazio di BenEssere, in onda su Telenova.

Nei centenari che avete studiato avete trovato anche tratti psicologici ricorrenti?
«Molti centenari mantengono lucidità, curiosità e anche una buona capacità di scherzare, nonostante l’età avanzata. Alcuni sono ancora sorprendentemente autonomi e riescono ad affrontare malattie e difficoltà con grande serenità. Più che la spiritualità in senso stretto, sembra contare soprattutto il senso di appartenenza: legami familiari, comunità e relazioni sociali. Nelle aree di longevità, la solitudine è molto rara».

Oggi si parla sempre più di longevity tourism: persone che cercano luoghi dove vivere esperienze di benessere e invecchiamento sano. La Sicilia e la Sardegna possono diventare destinazioni internazionali della longevità?
«Attorno alla longevità sta nascendo un interesse turistico e commerciale, ma bisogna essere cauti. Non si diventa centenari facendo una vacanza di due settimane in un luogo di montagna: le Zone Blu non sono “parchi a tema”, ma ecosistemi complessi costruiti nel tempo, fatti di cultura, relazioni sociali e ambiente. La Sicilia può sicuramente valorizzare queste conoscenze dal punto di vista scientifico e culturale, ma è importante evitare semplificazioni eccessive o approcci puramente commerciali».

La medicina e la tecnologia promettono di allungare sempre di più la vita. È d’accordo?
«Alcune terapie legate all’invecchiamento possono essere utili se basate su evidenze scientifiche solide. Il problema è quando la longevità diventa un privilegio per pochi o quando si inseguono idee di “immortalità” per nulla realistiche, distogliendo risorse da malattie molto gravi come tumori e leucemie. L’obiettivo vero dovrebbe essere vivere più a lungo in buona salute, non semplicemente aumentare gli anni di vita».

Dopo tanti anni di studi sui centenari, c’è qualcosa che personalmente ha cambiato nel suo modo di vivere?
«Ho capito che non esiste il segreto della longevità. Cerco di fare movimento, di evitare eccessi, di mantenere relazioni sociali e di continuare a lavorare con curiosità, ma non c’è una formula unica valida per tutti. Ognuno ha una traiettoria biologica diversa, costruita dall’incontro continuo tra genetica, ambiente ed esperienze di vita. È questo intreccio, unico e irripetibile, a determinare davvero quanto vivremo».