Almeno una volta nella vita dovremmo dosare con un esame del sangue la lipoproteina(a), insidiosa per l’apparato cardiovascolare. Di solito, nelle analisi ematiche a proposito del colesterolo si valutano solo Hdl, le lipoproteine dette colesterolo buono, e le Ldl, colesterolo cattivo. Si trascura invece questa particella cattivissima, in sigla Lp(a).

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«Siccome i livelli di Lp(a) tendono a rimanere stabili nel tempo, in genere basta un solo dosaggio nel corso della vita per sapere se si è a rischio», spiega Arturo Cesaro, docente di Cardiologia all’Università della Campania Luigi Vanvitelli e cardiologo dell’Azienda ospedaliera S. Anna e S. Sebastiano di Caserta. «Lo screening diventa particolarmente utile per chi ha una familiarità per eventi cardiovascolari precoci (come infarto o ictus in giovane età) o per chi ha avuto episodi ricorrenti nonostante uno stile di vita sano. In queste situazioni, il test rappresenta uno strumento prezioso per orientare controlli più mirati e personalizzati».

I danni silenziosi
La piccola particella è capace di danneggiare il cuore in silenzio. Per molto tempo, è rimasta ai margini della scena, citata nei manuali specialistici ma poco conosciuta persino tra i medici non cardiologi.
«La sua storia inizia oltre sessant’anni fa», continua Cesaro. «Nel 1963 il genetista norvegese Kåre Berg la descrisse per la prima volta, definendola una sorta di “sorella gemella” del colesterolo cattivo Ldl». Quella gemella, però, si è rivelata più subdola del previsto. Nel 2009, uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine dal consorzio europeo Procardis l’ha riconosciuta come fattore di rischio cardiovascolare indipendente. Significa che Lp(a) non ha bisogno di complici per fare danni e può aumentare il rischio di malattia coronarica e infarto miocardico anche quando colesterolo Ldl, diabete, pressione e stile di vita sono sotto controllo.
Da allora, gli studi sul tema si sono moltiplicati, tra cui quelli di ricercatori italiani e dello stesso Cesaro. Un lavoro italiano pubblicato nel maggio 2025 sulla rivista Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Disease ha seguito circa 700 pazienti sottoposti a coronarografia, analizzando la relazione tra i livelli di Lp(a) e la complessità delle loro malattie coronariche. I risultati parlano chiaro: più alti erano i valori di Lp(a), più gravi risultavano le lesioni alle arterie coronarie, con un maggior numero di vasi coinvolti e danni più estesi. Non solo. I pazienti con Lp(a) elevata tendevano a sviluppare problemi cardiaci in età più giovane, segno che questa lipoproteina non si limita ad aumentare il rischio, ma anticipa la comparsa degli eventi cardiovascolari.

Perché è pericolosa
Lp(a) somiglia alle lipoproteine Ldl, ma la differenza è nascosta nella sua struttura. Come le “cugine”, trasporta grassi e colesterolo nel sangue, ma possiede un elemento extra: l’apolipoproteina A, o Apo A. «È proprio questo pezzo in più a renderla pericolosa», sottolinea Cesaro. «La sua conformazione favorisce sia la formazione di placche aterosclerotiche, che restringono progressivamente le arterie, sia la calcificazione della valvola aortica, con conseguenze potenzialmente gravi per il cuore».

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Non finisce qui. I livelli di lipoproteina(a) non risentono della dieta o dello stile di vita: sono scritti nel Dna, ereditati come il colore degli occhi o dei capelli. «La concentrazione nel sangue è stabilita fin dalla nascita», chiarisce l’esperto. «Dipende da varianti del gene Lpa (localizzato sul cromosoma 6q26-27), che determinano non solo quanta Lp(a) viene prodotta, ma anche la sua stessa struttura. Ecco perché non possiamo ridurla con le scelte quotidiane».

Come controllare i valori?
Secondo le linee guida della Società europea di cardiologia, il livello di sicurezza si colloca sotto i 30 milligrammi per decilitro: in questa fascia, la presenza di Lp(a) raramente incide sul rischio cardiovascolare.
• Tra 30 e 50 milligrammi per decilitro ci si trova invece in una zona grigia, dove la lipoproteina potrebbe iniziare a esercitare un ruolo, anche se le evidenze non sono definitive.
• Sopra i 50 milligrammi per decilitro il rischio cardiovascolare aumenta in modo significativo.
• Valori estremamente elevati – oltre i 180 milligrammi per decilitro – riguardano solo una minoranza della popolazione, ma sono associati a un rischio particolarmente alto.

I farmaci all’orizzonte
Al momento non esistono farmaci mirati per abbassare Lp(a). Le statine, molto efficaci contro il colesterolo Ldl, non hanno alcun effetto. Gli inibitori di PCSK9, il nuovo approccio farmacologico per ridurre in modo massivo i livelli di colesterolo, possono ridurla di circa il 20%, ma non vengono prescritti a chi ha solo Lp(a) elevata e livelli normali di colesterolo.
«La strategia attuale», riprende Cesaro, «è puntare sugli altri fattori di rischio: mantenere l’Ldl il più basso possibile, smettere di fumare, controllare il peso, prevenire diabete e ipertensione. È un po’ come avere un avversario difficile da sconfiggere: se non possiamo fermarlo direttamente, dobbiamo rinforzare tutto il resto della squadra».
La ricerca, però, corre veloce. Oggi sono in fase avanzata di sperimentazione terapie di precisione che agiscono direttamente sull’Rna, ossia sulle istruzioni genetiche che guidano la produzione di Lp(a). In pratica, queste molecole “spengono” il pezzo di codice responsabile della sua sintesi, abbassandone i livelli fino al 90%.
Alcuni di questi farmaci vanno somministrati con iniezioni mensili o semestrali, altri potrebbero arrivare in forma orale. «Inizialmente saranno destinati soprattutto a chi ha già vissuto eventi cardiovascolari importanti e presenta valori molto alti», conclude Cesaro. «Nel frattempo, conoscere i propri livelli di Lp(a) consente di monitorarsi meglio e di farsi trovare pronti quando queste terapie diventeranno realtà. In fondo, come in ogni battaglia per la salute, sapere chi è il nemico è già un passo avanti per sconfiggerlo».