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La sinovia è una sottile membrana che riveste le articolazioni e produce un fluido che facilita il movimento delle ossa, riducendone l’attrito. In alcune condizioni, questo liquido può accumularsi e dare origine a una sorta di piccola sacca: è la cisti sinoviale, una formazione benigna che può variare dalla grandezza di un pisello a quella di una palla da golf.
La cisti
Una cisti sinoviale può svilupparsi in qualsiasi articolazione, dall’anca al ginocchio, dalla spalla al polso, fino alla colonna vertebrale, come nel caso dell’attrice Elena Sofia Ricci, da me operata nel 2021. In quest’ultimo caso la formazione interessa le faccette articolari, le piccole articolazioni che collegano una vertebra all’altra e consentono i movimenti della colonna. Quando queste strutture sono sottoposte a sollecitazioni eccessive, può aumentare la produzione di liquido sinoviale, che in alcuni casi fuoriesce dall’articolazione e si raccoglie formando appunto una cisti. Nella colonna, la sua presenza è particolarmente delicata perché le radici nervose si trovano a poca distanza dalle faccette articolari. Se la cisti cresce, può esercitare una pressione sul nervo e provocare un’infiammazione anche importante. Nei casi più complessi può inoltre aderire ai tessuti circostanti, rendendo più delicata la sua rimozione chirurgica.
Perché si forma
La comparsa sembra essere associata ad alterazioni delle strutture articolari, processi degenerativi e, in alcuni casi, a precedenti traumi. Tra i fattori predisponenti ci sono artrosi, osteoartrosi e, in generale, tutte quelle condizioni di instabilità e ipermobilità di un’articolazione. Sembra inoltre interessare più frequentemente le donne e le persone tra i 20 e i 50 anni. Nella colonna, la formazione è spesso legata alla degenerazione dei dischi e alla conseguente instabilità vertebrale (spondilolistesi). Con il tempo, i dischi perdono parte della loro funzione di ammortizzatori e le vertebre possono diventare più mobili, sottoponendo le faccette articolari a uno stress maggiore. È in questo contesto che può svilupparsi una cisti, che spesso può essere associata a una stenosi (ovvero un restringimento) del canale vertebrale e a un’ernia del disco con conseguente compressione e infiammazione delle strutture nervose adiacenti.
I sintomi
Non tutte le cisti sinoviali provocano disturbi: molto dipende dalla loro posizione e dalle dimensioni. Quando diventano abbastanza grandi da esercitare pressione sui tessuti circostanti, possono causare dolore, gonfiore e limitazione dei movimenti dell’articolazione interessata. Nella colonna il quadro può essere più complesso, perché la cisti può comprimere una radice nervosa. Il sintomo più frequente è un dolore intenso alla schiena che può irradiarsi lungo una gamba, fino a ricordare una sciatalgia. Nei casi più importanti possono comparire formicolii, debolezza muscolare, difficoltà a camminare o veri e propri deficit neurologici. Anche alcune posizioni, come stare seduti o sdraiati, possono accentuare il dolore quando aumentano la pressione sul nervo.
La diagnosi
La valutazione di una cisti sinoviale parte dai sintomi e dalla visita, a cui possono essere affiancati esami di diagnostica per immagini. La risonanza magnetica è l’esame più preciso che permette di definirne meglio dimensioni, sede e rapporti con i tessuti circostanti. Nel caso della colonna, può essere necessario completare gli accertamenti con radiografie dinamiche, utili a verificare eventuali alterazioni della mobilità o della stabilità vertebrale.
Le terapie
Non tutte le cisti sinoviali vanno trattate chirurgicamente. Quando sono piccole o provocano disturbi limitati, si può ricorrere a un approccio conservativo, con farmaci, infiltrazioni e altre terapie mirate a ridurre il dolore e l’infiammazione. In alcuni casi selezionati è possibile anche aspirare il contenuto della cisti attraverso un ago. Si tratta però di interventi che agiscono soprattutto sui sintomi: se persiste l’alterazione dell’articolazione che ha favorito la formazione della cisti, questa può infatti ripresentarsi. Nella colonna, la scelta dipende soprattutto dalla presenza di una compressione nervosa e dal grado di instabilità vertebrale. Quando il dolore è controllabile e non ci sono deficit neurologici, si può iniziare con terapie conservative. Se invece la cisti comprime una radice nervosa provocando disturbi importanti o deficit neurologici, può essere necessario intervenire chirurgicamente.
La chirurgia sulla colonna
Nei casi più semplici l’operazione consiste nella rimozione della cisti e nella liberazione del nervo. Se invece alla cisti si associano una marcata instabilità o uno scivolamento delle vertebre, è necessario intervenire anche sulla stabilità della colonna, con sistemi di fissazione costituiti da viti e barre. Quando il disco è gravemente degenerato, può essere necessario intervenire anche su di esso e sostituirlo con una protesi. Oggi questi interventi possono essere eseguiti anche con tecniche mininvasive, attraverso piccole incisioni e cercando di preservare il più possibile la muscolatura della schiena. Questo riduce il trauma dei tessuti, le perdite ematiche, il rischio di infezioni e limita la formazione di fibrosi e rigidità muscolare. Il paziente può spesso tornare a camminare già il giorno successivo, ma quando vengono utilizzati sistemi di stabilizzazione è necessario attendere circa 40-60 giorni (per un recupero completo con ripresa anche dell’attività sportiva) perché si integrino e la colonna diventi stabile. Età avanzata, osteoporosi e fumo di sigaretta possono rallentare questo processo. Anche dopo un intervento mininvasivo, comunque, è necessario evitare gli sforzi fisici nella fase iniziale e riprendere gradualmente le normali attività.
Testo raccolto da Paola Rinaldi











