PHOTO
Ho letto sull’ultimo BenEssere l’intervista al professor Addolorato e avrei una considerazione. Dal proverbiale vino che “fa buon sangue” e consigli alle puerpere di bere birra per aumentare la montata lattea, si è passati alla tolleranza zero, con l’Oms che afferma che non esiste consumo alcolico privo di rischio. Considerato che il vino è parte della nostra tradizione e ha una funzione di socialità, c’è un livello di consumo che minimizza i rischi rendendoli accettabili?
Marianna C.
La risposta di Giovanni Addolorato, professore ordinario di Medicina interna all’Università Cattolica del Sacro cuore e direttore di Medicina interna e patologie alcol correlate del Policlinico Gemelli a Roma
L’informazione veicolata negli anni Settanta diceva che un consumo moderato non era dannoso, anzi, aveva un effetto protettivo e allungava la vita. Informazione che veniva cavalcata dalle aziende del settore. Ma non è assolutamente vero. E va notato che secondo le linee guida del tempo per consumo “moderato” si intendeva mezzo litro di vino per un maschio adulto; una follia. L’informazione dell’Organizzazione mondiale della sanità è quella corretta, la regola attuale è less is better: meno bevo e meno rischi corro. Riguardo agli effetti protettivi, di cui si parla ancora, sono quelli dei polifenoli contenuti nei vini rossi. Bene, sono stati fatti dei calcoli: se dovessi assumere la quantità di polifenoli necessari a un effetto antiossidante, dovrei bere quattro o cinque litri di vino al giorno. Semmai una moderata quantità di vino ai pasti potrebbe favorire l’assorbimento dei polifenoli contenuti negli alimenti, soprattutto in quelli della dieta mediterranea, dato che l’alcol è una molecola lipofila (che si scioglie facilmente nei grassi). Ma se voglio utilizzare i polifenoli come antiossidanti, li posso tranquillamente comprare come integratori.
L’importante è che non facciamo passare il messaggio che se bevo ne guadagno in salute. Convenzionalmente, si parla di basso rischio quando si assume un’unità alcolica al giorno per la donna e un’unità e mezza per l’uomo. Un’unità corrisponde a 12,5 grammi di etanolo; è la quantità contenuta in un bicchiere di vino, in una lattina di birra da 33 cl o in un bicchierino di superalcolico. La differenza tra uomini e donne è dovuta al fatto che negli uomini c’è una maggiore quantità di acqua corporea, quindi una maggiore diluizione dell’alcol, e all’interazione tossica dell’alcol con gli estrogeni: le donne hanno più estrogeni e quindi il danno è maggiore. Queste quantità andrebbero consumate durante i pasti, o comunque assumendo dei cibi, perché i grassi contenuti nei cibi rallentano l’assorbimento e permettono al fegato di smaltire meglio l’etanolo. Dobbiamo però tenere presente che per alcune fasce di popolazione qualunque quantità è ad alto rischio: innanzitutto per gli adolescenti e gli anziani. Nei primi gli enzimi per metabolizzare l’etanolo sono ancora scarsi, nei secondi si vanno depauperando. Dovrebbero poi astenersi coloro che assumono farmaci e le donne in gravidanza, visto che l’alcol attraversa la placenta e arriva al feto.
Al di là di quanto convenzionalmente stabilito, va ricordato che l’alcol è stato inserito dall’Oms tra le sostanze cancerogene. Un uomo adulto può decidere se correre un basso rischio, bevendo poco, ma non esiste quantità senza rischio.











