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«Faccia un respiro profondo, signora». Qualche ora dopo, la stessa voce: «Ti vedo che mangi fesa di tacchino sperando di dimagrire». È sempre lui, Mattia Garutti, medico del Centro di riferimento oncologico di Aviano, in provincia di Pordenone.
Cambiano solo il tono e lo scenario: dalla calma rassicurante del medico in ambulatorio all’ironia del divulgatore sui social network, dal silenzio ovattato della corsia ospedaliera al ritmo frenetico di Instagram. In entrambi i mondi, la missione è la stessa: parlare di salute con chiarezza, empatia e un linguaggio che non allontana, ma avvicina.
Fra una visita e l’altra, Garutti ha scelto di percorrere anche la strada digitale, dove oltre 180mila persone lo seguono tra i vari social per comprendere meglio il proprio corpo, sfatare falsi miti e affrontare senza timore parole come “malattia” o “cancro”. In un contesto in cui molti medici evitano i social, lui entra, spiega e connette. Con un linguaggio diretto e mai banale, trasforma la scienza in gesti quotidiani, ricordando che la prevenzione non è astratta: comincia a tavola, passa per la mente e, se coltivata, può davvero salvare la vita.
Dottor Garutti, partiamo dall’inizio: perché ha deciso di aprire un profilo Instagram?
«Il progetto è nato circa tre anni fa, quando ho notato che molti pazienti arrivavano in ambulatorio con dubbi o convinzioni basate su informazioni scorrette trovate online. Mi sono reso conto che i social non sono un mondo a parte, ma influenzano concretamente anche la salute, un ambito che dovrebbe essere fondato su competenza e rigore scientifico. Da qui l’idea: se il dibattito si sposta online, devono esserci voci qualificate. Ci sono già ottimi professionisti che lo fanno, ma il rumore di fondo è ancora alto. Così ho deciso di esserci anch’io, per offrire contenuti affidabili e un linguaggio chiaro. Dopo Instagram, è nato anche il mio canale YouTube».
C’è stato un episodio, in particolare, che l’ha convinta?
«Più che un singolo episodio, è stata una situazione che si ripeteva spesso e che, purtroppo, vedo ancora oggi: pazienti che, dopo una diagnosi oncologica, smettono di mangiare carboidrati, convinti che gli zuccheri “alimentino” il tumore. È una credenza pericolosa, che può portare a malnutrizione e indebolimento. Allo stesso modo, mi colpiva la diffusione di integratori o prodotti “miracolosi”, venduti senza alcuna evidenza scientifica e facendo leva sulla speranza dei pazienti. Capire quanto la disinformazione possa fare male è stato il vero punto di svolta».
Si aspettava di raggiungere così tante persone?
«Diciamo che ci speravo. Sono partito con l’obiettivo di avere un impatto positivo sulla società e desideravo arrivare a molte persone, perché solo così la divulgazione può davvero fare la differenza. Tuttavia, sappiamo che i social premiano spesso contenuti falsi o divisivi, che rischiano di danneggiare. Per questo cerco di mantenere sempre un tono gentile e rispettoso: credo che la comunicazione basata su chiarezza, empatia e civiltà sia una forma concreta di impatto positivo. E ho visto che le persone rispondono bene a questo approccio, perché sui social non si cerca solo lo scontro, ma anche dialogo e fiducia».
Secondo lei, un medico deve anche saper comunicare, non solo curare?
«Assolutamente sì. La comunicazione, e non lo dico solo per convinzione personale ma perché lo confermano studi scientifici, è parte integrante della cura. Se i farmaci ci permettono di combattere la malattia, le parole ci consentono di prenderci cura della persona nella sua interezza. Curare significa occuparsi dell’essere umano davanti a noi, con la sua storia, le paure e le speranze, e per farlo le parole contano quanto le terapie».
In che modo la comunicazione deve adattarsi al paziente?
«Oggi si parla di medicina personalizzata, ma esiste anche una comunicazione personalizzata. Ogni paziente ha bisogni diversi: c’è chi affronta terapie impegnative con determinazione e chi, pur desiderando la guarigione, si sente paralizzato di fronte agli effetti collaterali o alle incertezze del percorso. In entrambi i casi, il modo in cui ci si rivolge alla persona deve cambiare. La comunicazione non può essere un “copia e incolla”: deve essere cucita su misura, come una terapia, e parlare all’anima di chi abbiamo davanti».
È meglio parlare chiaro o addolcire la verità?
«Dipende da chi abbiamo di fronte. Ci sono persone che vogliono conoscere ogni dettaglio della propria condizione ed è giusto che ricevano tutte le informazioni necessarie dal medico, non che debbano andarle a cercare online. Altre, invece, scelgono consapevolmente di sapere solo il minimo indispensabile e questo desiderio merita lo stesso rispetto. Anche nella comunicazione, quindi, la cura deve essere personalizzata: le parole possono essere più o meno dirette, più o meno dettagliate, ma devono restare sempre autentiche e rispettose».
Come sceglie i temi per post e video?
«Di solito, parto dalle esigenze delle persone. Se noto che molti pazienti arrivano in ambulatorio con gli stessi dubbi o che sono stati influenzati da informazioni scorrette, cerco di affrontare quei temi. È questo il nucleo della mia attività di divulgazione: più un dubbio o una falsa credenza sono condivisi, più il mio contributo può diventare utile sul piano sociale».
Qualche esempio?
«Ultimamente si parla molto di diete chetogeniche presentate come “terapie” universali in oncologia, o dell’ordine con cui consumare gli alimenti per modificare il metabolismo. C’è anche molta paura dei residui di pesticidi nella frutta e verdura, che porta alcune persone a eliminarli quasi del tutto, dimenticando che la vera carenza di vegetali è molto più rischiosa per la salute».
Ci sono esempi di disinformazione molto gravi?
«Sì, quest’estate è circolata online la teoria del “callo solare”, secondo cui bisognerebbe esporsi al sole senza protezione per rinforzare la pelle. È priva di qualsiasi base scientifica, ma ha ottenuto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Anche se pochi seguono questi consigli alla lettera, il rischio per la salute, come possibili diagnosi di melanoma, è concreto».
Pensa che ci sia ancora diffidenza nel mondo medico verso la divulgazione sui social?
«Rispetto a qualche anno fa, credo che il mondo medico abbia compreso quanto i social siano un crocevia culturale fondamentale. Non esserci significa lasciare spazio a informazioni false o fuorvianti. Anche molte società scientifiche italiane riconoscono l’importanza della comunicazione digitale. Certo, essere presenti non è semplice: turni lunghi, attività cliniche, congressi e ricerca rendono difficile creare contenuti di qualità con continuità. Tuttavia, cresce la consapevolezza e la volontà di comunicare messaggi utili e basati sull’evidenza».
Gli influencer fanno spesso pubblicità: un medico invece non può, giusto?
«Esatto. Il codice deontologico lo vieta espressamente. Un medico non può e non deve promuovere prodotti commerciali, tanto meno integratori o dispositivi sanitari. Sarebbe un evidente conflitto di interessi».
Le è mai capitato di ricevere offerte commerciali?
«Sì, moltissime. Ricevo proposte quasi ogni giorno, anche con compensi significativi, ma ho sempre detto no. La credibilità di un medico non può essere messa in discussione per una collaborazione pubblicitaria».
Ha partecipato a campagne Airc o ad altre iniziative di sensibilizzazione importanti?
«Sì, collaboro regolarmente con la Fondazione per la ricerca sul cancro per promuovere messaggi chiave su temi cruciali di prevenzione e salute. Lavoro anche con diverse associazioni di pazienti: ad esempio, con la Fondazione IncontraDonna abbiamo organizzato un evento dedicato all’alimentazione, con momenti di educazione nutrizionale e attività pratiche di cucina. Ho collaborato inoltre con realtà che si occupano di genetica, tumori al seno e patologie legate alla nutrizione. Credo molto in queste sinergie: fare rete tra professionisti e associazioni serie è fondamentale per diffondere una cultura scientifica corretta e accessibile».
Ha mai ricevuto insulti per qualcosa che ha pubblicato online?
«Sì, stando online è pressoché normale riceverne. Fortunatamente, però, questi rappresentano una minima parte rispetto ai tanti commenti ricchi di gentilezza. I momenti più accesi riguardano il glutine, i picchi glicemici o i vaccini, in particolare quello contro il papilloma virus, fondamentale in oncologia perché previene i tumori del collo dell’utero, dell’ano, della gola e dei genitali maschili. Parlarne è essenziale: la copertura in Italia non è ancora sufficiente e ogni informazione giusta sul tema può veramente salvare vite. Purtroppo, online basta toccare certi argomenti per ricevere commenti d’odio, ma continuo a credere che la strada giusta sia quella del dialogo. Rispondere con calma e rispetto, anche a chi si mostra aggressivo, porta frutti: mi è capitato che persone inizialmente contrarie, dopo anni di confronto gentile, abbiano cambiato idea. È in quei momenti che capisco quanto la divulgazione possa davvero fare la differenza».
C’è stato un video che ha avuto un impatto particolare, magari oltre le sue aspettative?
«Sì, un video su YouTube in cui parlavo dei sintomi del tumore del colon, il cui vero messaggio era però un altro: il sintomo più importante è l’assenza di sintomi. Molte persone non sanno che si può intervenire proprio su questo “non sintomo” grazie allo screening del colon-retto, ancora poco utilizzato nonostante sia un vero e proprio salvavita. Ho voluto stimolare la curiosità e devo dire che ha funzionato: anche a distanza di tempo ricevo messaggi e mail di persone che mi ringraziano perché, dopo averlo visto, hanno deciso di aderire allo screening».
C’è un tema oncologico che è ancora troppo poco compreso?
«C’è ancora un’idea distorta delle terapie oncologiche. Spesso fanno paura e vengono viste come solo palliative, mentre negli ultimi dieci anni l’oncologia è cambiata radicalmente. Oggi molti pazienti possono davvero guarire, anche da situazioni un tempo disperate. Pensiamo ai melanomi metastatici: oggi, grazie all’immunoterapia, le metastasi a fegato, polmoni o ossa possono, in alcuni casi, scomparire e si può perfino sospendere la terapia senza recidive, cosa impensabile fino a pochi anni fa».
E nel tumore della mammella?
«Anche qui stiamo vivendo una rivoluzione grazie agli anticorpi-farmaco coniugati, trattamenti innovativi che combinano efficacia e precisione, migliorando significativamente l’aspettativa di vita e, sempre più spesso, la probabilità di ottenere una guarigione completa. La ricerca sta davvero riscrivendo la storia di molti tumori, ma purtroppo questa consapevolezza non è ancora diffusa quanto dovrebbe».
In che modo la comunicazione può contribuire a “sconfiggere il cancro con la conoscenza”, come spesso dice?
«Una persona su tre, nel corso della vita, si ammalerà di cancro, ma circa la metà di queste diagnosi potrebbe essere evitata con stili di vita sani. Far capire questo, con parole semplici e accessibili, significa dare alle persone un potere enorme: quello di proteggersi e tramandare la salute di generazione in generazione come un “anticorpo culturale” che può essere insegnato».
Pensa che servano anche politiche pubbliche per favorire la prevenzione?
«Assolutamente sì. La politica dovrebbe creare le condizioni per rendere sani i comportamenti quotidiani. Servono iniziative che incentivino il consumo di frutta e verdura, magari con sgravi fiscali, e che disincentivino gli alimenti ultra-lavorati o le bevande zuccherate. Oggi mangiare bene, per molte persone, è ancora troppo costoso o complicato. Anche nelle mense o nei distributori automatici dovremmo poter scegliere in modo più sano: questo è parte integrante della prevenzione».
Se potesse, cosa cambierebbe nel modo in cui i media raccontano il cancro?
«Eviterei titoli sensazionalistici come “trovata la cura per il cancro”, perché spesso si basano su studi preliminari e rischiano di illudere chi vive la malattia. La speranza è importante, ma va gestita con responsabilità. Inoltre, servirebbe più attenzione nel comunicare l’incertezza: la medicina non è fatta di verità assolute, ma di probabilità e sfumature. Raccontarlo con equilibrio aiuterebbe le persone a capire come funziona la scienza».
Cosa consiglia ai giovani medici che vorrebbero divulgare?
«Di farlo, ma con cautela. Quando un messaggio va online non appartiene più a chi lo ha scritto, quindi deve essere corretto, scientificamente solido e rispettoso di chi lo ascolta. E poi, se possibile, di metterci anche un pizzico di ironia e leggerezza, perché la scienza, quando sa farsi capire e fa sorridere, arriva davvero a tutti».













