A Villagrande Strisaili, comune di 2.800 abitanti nell’Ogliastra, Sardegna, si vive mediamente così a lungo che qui diventare centenari non fa quasi più notizia. Il paese è in cima alla lista delle Zone Blu della longevità, cinque territori sparsi per il mondo studiati dagli scienziati per capire qual è il segreto per vivere a lungo. Le ricerche finora hanno evidenziato soprattutto i meriti del clima, della dieta (mediterranea), dei ritmi di vita e dell’esercizio fisico, necessario per spostarsi quotidianamente tra ripide strade e viottoli come quelli di Villagrande Strisaili, alle pendici del Gennargentu.

Una celebre psicologa canadese, Susan Pinker, dopo aver soggiornato nel paese sardo e intervistato gli abitanti ha invece ipotizzato che a renderli così longevi siano soprattutto i legami sociali. Dato l’isolamento del territorio, fin dall’antichità qui tutti non solo si conoscono ma sono abituati ad aiutarsi l’un l’altro. Il fenomeno, che ha rinsaldato i legami e sembra produrre effetti anche sulla fisiologia degli abitanti, è stato definito dalla Pinker, nel libro The Village Effect, «reciproco altruismo».

L’affetto che si accumula
L’Organizzazione mondiale della sanità l’anno scorso ha pubblicato un rapporto, From loneliness to social connection: charting a path to healthier societies (Dalla solitudine alla connessione sociale: tracciare un percorso verso società più sane) che riassume decenni di evidenze: l’amicizia, oltre che più felici, ci fa più sani. Mentre la povertà delle relazioni ci fa ammalare. In particolare, l’isolamento, che tende ad aumentare con l’avanzare dell’età, è uno dei nemici dell’invecchiamento in salute.

Ma la ricerca più recente ha fatto un ulteriore passo avanti, che corrobora le ipotesi della psicologa Pinker: le relazioni con gli altri agiscono proprio su alcuni meccanismi biologici dell’invecchiamento.
Lo studio di riferimento è quello che hanno condotto tre ricercatori americani, della Cornell University e della Stony Brook University di New York e dell’Harvard University di Cambridge, Massachusetts, ed è stato pubblicato nell’ottobre scorso sulla rivista Brain, Behavior and Immunity. Sono stati considerati i livelli di integrazione sociale di 2.117 adulti, con un’età media di 55 anni.
Il concetto di base da cui sono partiti i ricercatori è quello del vantaggio sociale cumulativo: per un effetto protettivo sulla salute non conterebbero i singoli episodi o le relazioni isolate (e tanto meno quelle virtuali dei social network) ma la continuità di esperienze sociali positive. Amicizie, supporto emotivo e partecipazione nella comunità, formerebbero un patrimonio di benessere psicofisico che si accumula durante tutta la vita. Per stabilire il livello di vantaggio sociale cumulativo nel campione di individui analizzati, i ricercatori hanno preso in considerazione quattro ambiti: le relazioni familiari, il supporto emotivo che si riceve dagli altri, il coinvolgimento nella comunità e la partecipazione a pratiche o gruppi religiosi.
Stabilito qual è il livello delle relazioni sociali cumulate, i ricercatori hanno analizzato lo stato di salute e l’età biologica. Per misurarli si sono utilizzati 24 biomarcatori, cioè indicatori di processi fisiologici. Il risultato è stato che le persone con livelli più elevati di vantaggio sociale cumulativo mostravano un invecchiamento biologico più lento, oltre a minori livelli di infiammazione sistemica.

Meno infiammazione
«Le associazioni più significative e coerenti tra vantaggio sociale cumulativo e lento invecchiamento biologico e ridotta infiammazione sono state osservate nell’ambito epigenetico», scrivono i ricercatori. Quando si parla di epigenetica ci si riferisce a quei fattori, comportamenti e condizioni di vita che sono in grado di attivare o silenziare i nostri geni, senza modificare il patrimonio genetico, il Dna, nel suo complesso.
«I risultati suggeriscono che il vantaggio sociale cumulativo è in relazione con il tempo nel quale si svolge l’invecchiamento molecolare», spiegano ancora i ricercatori. Vale a dire, i meccanismi genetici responsabili dell’invecchiamento lavorano più lentamente nelle persone che hanno rapporti umani buoni e duraturi.
«Lo studio è interessante e dimostra una cosa che si era già intuita con la logica», dice Andrea Ungar, professore ordinario di Geriatria all’Università di Firenze e past president della Società italiana di geriatria, «cioè che le molecole che produciamo quando abbiamo buone relazioni con gli altri, per esempio endorfine e dopamine, col tempo influiscono anche sui nostri geni».
I risultati dello studio americano hanno inoltre mostrato come il supporto sociale, aiutando l’organismo a modulare la risposta allo stress cronico, sia in relazione con livelli più bassi dei marcatori infiammatori predittivi di malattie cardiovascolari, diabete e declino cognitivo.