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L’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano conquista il primo posto in Europa e il sesto nel mondo per la ricerca scientifica. Lo certifica una delle classifiche accademiche più autorevoli, elaborata ogni anno dalla società britannica Quacquarelli Symonds: il QS World University Rankings 2027. Nella graduatoria, le università italiane nel loro insieme guadagnano terreno, registrando una crescita netta, con il 56% degli atenei censiti che migliorano la propria posizione, mentre Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi arretrano.
A questo risultato contribuisce l’ateneo lombardo, che si piazza sul podio europeo per l’impatto della propria ricerca scientifica, misurato attraverso il numero di citazioni ricevute dagli studi pubblicati dai suoi docenti (Citations per Faculty): più una ricerca viene citata negli studi di altri scienziati, maggiore è considerata la sua rilevanza a livello internazionale. Un traguardo importante, se si considera che la classifica ha preso in esame 8.800 università di 106 Paesi, 21 milioni di articoli scientifici e 222 milioni di citazioni. E che l’Università Vita-Salute San Raffaele è un ateneo privato fondato appena trent’anni fa, nel 1996.
Il suo polo ospedaliero di riferimento è l’ospedale San Raffaele (un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, Irccs), che dal 2012 è controllato dal Gruppo San Donato, il principale gruppo ospedaliero privato italiano. L’ateneo conta su oltre 7.700 studenti distribuiti tra le facoltà di Medicina, in italiano e in inglese, Psicologia e Filosofia, offre 4 corsi di dottorato di ricerca, 35 scuole di specializzazione e 40 master.
Nel campus di ricerca congiunto, in stretta integrazione con l’ospedale, sono più di mille i ricercatori e le ricercatrici che si impegnano in settori come le terapie geniche e le terapie cellulari. Presso l’ospedale San Raffaele, tra l’altro, è stato condotto il primo studio clinico al mondo con cellule staminali neurali in pazienti con sclerosi multipla progressiva, i cui risultati sono stati pubblicati nel 2023. Tra le terapie cellulari rientrano anche le cellule Car-T, oggi utilizzate nel trattamento di alcuni tumori del sangue.
Le nuove frontiere della neurotecnologia, invece, si sviluppano lungo due direttrici: la neurostimolazione midollare, applicata al trattamento delle lesioni del midollo spinale, grazie alla quale presso il San Raffaele è stato possibile favorire il recupero di funzioni motorie in pazienti paraplegici, e la neurostimolazione indossabile, alla base di protocolli volti a migliorare in modo significativo il decorso di patologie neurologiche come il Parkinson e la malattia di Alzheimer.
Enrico Gherlone, lei è rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele dal 2018, al suo terzo mandato. Quali sono i vostri punti di forza?
«Innanzitutto, la capacità di fare ricerca in un ambiente nel quale le domande scientifiche nascono molto spesso dal confronto diretto con la complessità della persona e della malattia. Capita che i clinici dell’ospedale segnalino ai ricercatori problematiche osservate nei propri pazienti, contribuendo a orientare i progetti di ricerca o a identificare nuovi bersagli terapeutici. Allo stesso tempo, una terapia o una tecnologia promettente sviluppata dai team di ricerca viene valutata attraverso studi preclinici e successivamente proposta per la sperimentazione clinica, in stretta collaborazione con i medici».
Quindi ci sono scambi continui tra università e ospedale.
«L’integrazione è resa possibile da incontri multidisciplinari, gruppi di lavoro condivisi e infrastrutture comuni, che favoriscono uno scambio costante di conoscenze per accelerare il trasferimento delle innovazioni dal laboratorio al letto del paziente».
D’altra parte, oggi le grandi scoperte nascono dalla collaborazione tra competenze diverse.
«Senz’altro. Lo sviluppo di una nuova terapia, per esempio, può richiedere il lavoro congiunto di biologi che studiano i meccanismi molecolari della malattia, medici che la curano, bioinformatici che analizzano grandi quantità di dati clinici, ingegneri che sviluppano nuove tecnologie, esperti di etica che affrontano le implicazioni delle decisioni cliniche e dell’uso dei dati. Questo tipo di lavoro di squadra è nel nostro Dna».
Come sono distribuiti e dove lavorano gli oltre mille ricercatori?
«Si occupano principalmente di biologia molecolare, terapie cellulari e geniche, neuroscienze, immunologia e intelligenza artificiale. Lavorano all’interno del Campus di ricerca del San Raffaele, un ecosistema integrato in cui università e ospedale condividono spazi, laboratori e attività scientifiche».
In quali ambiti pensate di poter essere più incisivi?
«La medicina di precisione è certamente uno dei terreni più promettenti: significa costruire percorsi di assistenza e cura sempre più personalizzati, capaci di tenere conto delle caratteristiche biologiche, genetiche, cliniche e anche sociali di ogni singolo paziente, che sia ammalato di leucemia o che soffra di diabete. In questo senso, sarà decisiva la ricerca sulle basi molecolari delle malattie e sui biomarcatori, cioè sugli indicatori biologici dello stato di salute (esempio banale, il colesterolo nel sangue, che è un biomarcatore del rischio cardiovascolare). Un altro ambito è quello delle neuroscienze e della salute mentale, che rappresentano una delle grandi sfide del futuro. Così come lo sono l’oncologia, l’immunologia, le malattie croniche e degenerative e l’odontoiatria nelle sue connessioni sempre più strette con la salute sistemica. La vera sfida, però, sarà formare professionisti in grado di governare queste innovazioni, non semplicemente di subirle».


Il rettore dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano Enrico Gherlone
A proposito di formazione: come coordinatore dei rettori delle università non statali, ha dialogato con il ministero dell’Università e della Ricerca sulla criticata riforma dell’accesso a Medicina, che nelle università pubbliche ha abolito il test d’ingresso e ne prevede uno alla fine di un semestre universitario di studio, il cosiddetto semestre filtro.
«La riforma dell’accesso a Medicina è stata realizzata in tempi molto brevi, nonostante se ne discutesse da circa 25 anni. Nel complesso ha funzionato, anche se nella fase iniziale, come spesso accade con ogni riforma, sono emerse alcune criticità. Riteniamo che il ministero dell’Università e della Ricerca sia riuscito a superarle anche grazie al lavoro di un’apposita commissione, nominata dalla ministra Anna Maria Bernini, che presiedo insieme al professor David Della Morte Canosci, tenendo conto del confronto con le diverse componenti accademiche, ordinistiche e con le associazioni degli studenti coinvolti, oltre naturalmente con la parte politica».
Al San Raffaele e negli altri atenei non statali, come Humanitas University o la Cattolica di Roma, è rimasta però la modalità di accesso con un test d’ingresso che è necessario superare per iscriversi.
«È vero. Su questo aspetto si è lavorato fin da subito, cercando di uniformarsi il più possibile al sistema statale. Sotto la supervisione del ministero dell’Università e della Ricerca, avendo ricevuto mandato sia dalla ministra sia dalla Conferenza dei rettori delle Università italiane, e con la collaborazione degli atenei interessati, mi sono fatto portavoce di una proposta, che è stata trasformata in un disegno di legge presentato alla Camera dalla maggioranza. Il provvedimento riprende in parte il sistema statale, trasformando di fatto il tradizionale primo semestre in un semestre “aperto” e prevedendo, al termine di questo periodo, la possibilità di passaggio tra atenei statali e non statali. Le università non statali, pur mantenendo un sistema di accesso autonomo, secondo quanto previsto dal disegno di legge, uniformerebbero il primo anno ai programmi delle università pubbliche per quanto riguarda obiettivi formativi, contenuti e competenze attese in biologia, chimica e fisica. In questo modo si garantirebbe agli studenti una maggiore reciprocità, consentendo loro di iscriversi o di trasferirsi successivamente ad altri atenei».
Avete già avviato l’adeguamento dei programmi?
«Sì, è già stato avviato sia da noi sia dagli altri atenei privati, affinché già dall’anno accademico 2026-2027 non vi siano difficoltà in caso di eventuali trasferimenti, se il disegno di legge verrà approvato da Camera e Senato».
Il numero programmato è necessario?
«Per l’accesso a Medicina secondo me sì, pur prevedendo un ampliamento dei posti disponibili. Occorre però offrire al maggior numero possibile di studenti l’opportunità di accedere al percorso, ed è proprio questo lo spirito della riforma e quello che ha voluto sin da subito perseguire la ministra Bernini».
Secondo lei il semestre filtro introdotto dal ministero aiuterà a risolvere la carenza di medici?
«No, di certo non basterà a risolvere la carenza di medici. Il dibattito sull’accesso a Medicina non può ridursi a una questione puramente numerica. Aumentare il numero degli studenti è necessario, ma deve avvenire in modo pianificato e sostenibile. È imperativo rendere nuovamente attrattive quelle specializzazioni fondamentali per il Servizio sanitario nazionale che vengono scelte sempre meno dai giovani medici, come la medicina d’emergenza-urgenza e altre. Molti preferiscono orientarsi verso altri ambiti che consentono un accesso rapido alla libera professione, con compensi più elevati, senza i turni notturni e lo stress della corsia. Quindi andranno trovati metodi trasparenti e meritocratici di incentivi per invertire questa tendenza che è avvenuta soprattutto dopo il Covid».
Intelligenza artificiale: ci fa un esempio di come la utilizzate?
«Abbiamo sviluppato con Microsoft la piattaforma digitale S-Race, che consente di valorizzare il patrimonio di dati clinici dell’ospedale San Raffaele, che registra quasi un milione e mezzo di accessi all’anno. Come documenta un nostro lavoro pubblicato su Nature Communications, abbiamo creato un modello in grado di prevedere, prima dell’intervento chirurgico, quale sarà il decorso clinico a cinque anni dei pazienti affetti da tumore del rene. E questo è un grande supporto per le decisioni mediche».
Fare ricerca significa anche attrarre e trattenere talenti. Voi quali strategie avete adottato?
«Stiamo lavorando per rafforzare i percorsi di dottorato, le opportunità post-doc, l’internazionalizzazione e la partecipazione a network scientifici di alto livello. Ma non basta offrire posizioni: servono prospettive: chi è giovane e fa ricerca deve poter immaginare un futuro professionale in Italia. Questo richiede risorse, certo, ma anche una visione istituzionale. Le università devono essere luoghi aperti, competitivi, capaci di premiare la qualità e di accompagnare i giovani nella costruzione della loro autonomia scientifica. Significa metterli nelle condizioni di sviluppare e coordinare proprie linee di ricerca, definire obiettivi scientifici indipendenti e partecipare, anche come responsabili di progetto, a bandi competitivi nazionali e internazionali per ottenere finanziamenti».


Il polo ospedaliero-universitario
Che tipo di sostegno offrite?
«Una nostra peculiarità è il supporto ai dottorandi di ricerca: all’interno del corso di dottorato in Medicina molecolare, per esempio, c’è il programma Physician Scientist (disponibile in poche università italiane), che prepara alla ricerca clinica d’eccellenza e consente la frequenza congiunta dell’ultimo anno di una scuola di specializzazione e del primo anno di corso di dottorato. Sempre in aiuto agli iscritti sono previsti un sistema di tutoraggio e un servizio di sostegno psicologico, volti a migliorare la loro qualità di vita e, quindi, l’efficacia del lavoro scientifico svolto».
Come dire, se un giovane ricercatore viene al San Raffaele non sarà lasciato solo…
«Il programma di Talent development offre ai giovani ricercatori un supporto strategico fin dalle fasi iniziali della loro carriera. Per esempio, aiutiamo i candidati a preparare domande competitive per ottenere le Marie Sklodowska-Curie Actions, prestigiose borse di studio finanziate dall’Unione Europea, poi i principali finanziamenti con cui l’European Research Council (Erc) finanzia scienziati eccellenti in diverse fasi della carriera».
Qual è la sfida più grande che oggi un’università deve affrontare per rimanere competitiva?
«Nessun ateneo può pensare di competere da solo. Diversificare le fonti di finanziamento è quindi essenziale: fondi pubblici, bandi competitivi europei e nazionali, partnership industriali, filantropia, collaborazioni con fondazioni e istituzioni. Ma la diversificazione deve sempre avvenire nel rispetto dell’indipendenza scientifica e della missione universitaria. Allo stesso modo, rafforzare le collaborazioni internazionali è indispensabile. La qualità della ricerca si misura anche dalla capacità di essere presenti nei grandi network globali».
Avete iniziative mirate a sostenere in particolar modo le donne?
«Abbiamo istituito il Centro Interfacoltà per gli Studi di Genere, con l’obiettivo di promuovere, sviluppare e coordinare le attività di ricerca e di divulgazione sui temi di genere; inoltre, dal giugno 2022 è attivo il nostro Gender Equality Plan, che promuove le pari opportunità e l’inclusione delle persone che lavorano in Ateneo e favorisce una cultura inclusiva rivolta all’intera comunità universitaria. L’impegno verso le donne trova espressione nella governance dell’Ateneo. Il consiglio di amministrazione è presieduto da Luciana Lamorgese, già Prefetto e Ministro dell’Interno; il ruolo di consigliera delegata è affidato ad Anna Flavia d’Amelio Einaudi e la facoltà di Medicina e chirurgia è guidata dalla professoressa Sonia Levi. La presenza femminile anche in altri ruoli di responsabilità, sia accademica sia tecnico-amministrativa, testimonia un modello di ateneo maturo che premia il merito e valorizza le competenze».













