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La digestione è uno di quei processi che diamo per scontati finché non smette di funzionare come dovrebbe. Pesantezza, bruciore di stomaco, gonfiore, dolore addominale, sonnolenza ed eruttazioni sono tutti sintomi della dispepsia, quella che comunemente chiamiamo cattiva digestione, ma possono avere origini diverse e coinvolgere tratti differenti dell’apparato digerente.
«Perché non digerisco bene?». È una delle domande più frequenti negli ambulatori di gastroenterologia. La risposta non è quasi mai semplice, perché la digestione è un viaggio complesso, dalla bocca all’intestino.
Può succedere che non ci sia una causa precisa: si parla allora di dispepsia idiopatica, cioè una cattiva digestione senza un motivo chiaro. Ma una cosa è certa: quello che mangiamo – e come lo mangiamo – può fare una grande differenza.
«Ogni segmento digestivo reagisce in modo diverso agli alimenti, quindi non esiste una regola unica per restare leggeri», spiega il gastroenterologo Andrea Natali, direttore del servizio di Dietologia e Nutrizione clinica presso l’Azienda ospedaliera universitaria pisana. «Ciò che rallenta lo stomaco può non avere lo stesso effetto sull’intestino, per esempio. Per questo è fondamentale partire dai sintomi: solo capendo dove nasce il disturbo si può ragionare in modo sensato sui cibi che possono aver contribuito, evitando conclusioni affrettate».
Ma vediamo attraverso una serie di domande comuni come affrontare il problema della digestione faticosa.
Quali cibi appesantiscono la digestione?
Il senso di pesantezza dopo i pasti è uno dei disturbi più frequenti della dispepsia e, nella maggior parte dei casi, è legato a uno svuotamento dello stomaco più lento del normale. «I principali responsabili sono i grassi», precisa lo specialista. «Non perché siano “cattivi” in sé, ma perché attivano un sistema di regolazione molto sofisticato: quando arrivano giù, mettono in moto un filo diretto che collega intestino e cervello, attraverso segnali nervosi e ormonali che invitano lo stomaco a rallentare».
Digerire i grassi, infatti, richiede più tempo rispetto a carboidrati e proteine. Per questo lo stomaco modula il proprio ritmo e procede con maggiore gradualità. Non si tratta di un malfunzionamento, ma di una strategia naturale dell’organismo per gestire un compito impegnativo: i grassi attivano un meccanismo naturale che rallenta la digestione. Sono da limitare perciò:
• fritture
• formaggi grassi
• carni ricche di grasso
• piatti elaborati come la pasta alla carbonara
• eccesso di burro
• panna da cucina
• pasticcini e torte alla crema.
«Diverso il caso dell’olio extravergine di oliva, anche se è un grasso», spiega Natali. «Ha grandi qualità nutrizionali ed è preferibile l’uso a crudo (circa tre cucchiai al giorno)».
Una dieta amica della pancia?
Se dovessimo immaginare una dieta amica della digestione, sarebbe fatta di alimenti semplici, poco conditi e facili da lavorare per lo stomaco. Verdure cotte, frutta cotta, cereali non elaborati e proteine leggere sono tra i più tollerati.
«Le verdure restano fondamentali, ma la differenza la fa il modo in cui vengono preparate: cotte risultano più delicate e meno fermentabili rispetto a quelle crude», dice Natali. «Anche la frutta, come mele e pere, diventa più digeribile se consumata cotta. E poi ci sono piccoli alleati naturali: lo yogurt e i prodotti fermentati aiutano l’equilibrio della flora intestinale, mentre ingredienti come zenzero, finocchio e anice possono ridurre gonfiore e nausea. Non fanno miracoli, ma accompagnano il processo digestivo».
Le fibre sono sempre una panacea?
«Dipende», risponde il gastroenterologo. «Le fibre sono preziose, ma non tutte si comportano allo stesso modo. Quelle contenute nelle verdure cotte sono generalmente ben tollerate, mentre le fibre crude – come quelle dell’insalata – possono aumentare il volume nello stomaco e dare fastidio a chi soffre di gonfiore o digestione lenta. È un esempio perfetto di come non esista una regola valida per tutti: ciò che è sano in generale può non esserlo in una fase di sensibilità digestiva».
Il caffè aiuta davvero a digerire?
«È una convinzione molto diffusa, ma non del tutto corretta», spiega Natali. «In alcune persone il caffè può irritare la mucosa gastrica e aumentare la produzione di acido, peggiorando sintomi come bruciore e reflusso. Chi soffre di questi disturbi farebbe meglio a limitarlo o a sostituirlo con alternative più delicate, come il caffè d’orzo, il decaffeinato o una tisana calda».
Funziona una bevanda calda?
«Anche per esperienza personale posso dire che accompagnare la cena con una tazza d’acqua calda migliora nettamente la digestione», spiega Lucilla Titta, nutrizionista, coordinatrice del programma Smartfood allo Ieo-Istituto europeo di oncologia di Milano. «Ho fatto una ricerca sugli studi scientifici a riguardo e ho trovato che una bevanda a 60 gradi circa (non di più per non ustionare l’esofago!) potrebbe aiutare a risolvere problematiche gastrointestinali che tendono ad aumentare con l’età. Il calore agisce come miorilassante e contribuisce a ridurre crampi, tensioni addominali e senso di pesantezza. L’acqua calda facilita lo svuotamento dello stomaco e favorisce il transito intestinale».
E l’amaro a fine pasto?
Più mito che realtà. Le erbe contenute nei digestivi potrebbero avere un effetto positivo, ma solo in teoria: la presenza di alcol tende a rallentare ulteriormente la digestione.
Ci sono acque particolari che aiutano la digestione?
Sui social, nelle pubblicità o nel passaparola quotidiano si sente spesso dire che bere una determinata acqua durante i pasti possa far digerire meglio. In realtà, non esistono acque miracolose in tal senso. «Le acque ricche di magnesio e solfati possono favorire lievemente la regolarità intestinale, mentre quelle con più bicarbonato possono attenuare in parte l’acidità gastrica», spiega Natali. «Parliamo però di effetti modesti, che non hanno un impatto clinico significativo sulla digestione».
L’altra leggenda è che bere tanta acqua durante i pasti agevoli i meccanismi digestivi. «Non necessariamente», dice Natali. «Bere è importante, ma esagerare durante i pasti può aumentare il volume nello stomaco e rallentare il processo digestivo. L’ideale è utilizzare l’acqua per facilitare la deglutizione e distribuire il resto dei liquidi durante la giornata».
L’acqua frizzante crea problemi?
Può crearne, così come le bevande gassate: l’anidride carbonica aumenta il volume nello stomaco e, in chi è predisposto, può accentuare la sensazione di pesantezza o gonfiore.
Conta solo cosa mangiamo o anche come mangiamo?
«Conta moltissimo anche il comportamento a tavola», dice Silvio Danese, direttore della divisione di Gastroenterologia dell’ospedale San Raffaele di Milano. «Mangiare velocemente, masticare poco o ingerire aria mentre si parla può peggiorare la digestione. Prendersi il tempo per mangiare con calma, masticare bene ed evitare abbuffate sono gesti semplici ma fondamentali. In fondo, la digestione comincia già in bocca.
Perché alcune persone si gonfiano subito dopo aver mangiato?
I processi di fermentazione intestinale, cioè la produzione di gas da parte dei batteri che vivono nel nostro intestino, richiedono tempo: nessun alimento è in grado di generare aria nel giro di pochi minuti. Quando la pancia si gonfia all’istante, ciò che si avverte non è un gas appena formato, ma aria che era già presente e che improvvisamente diventa percepibile.
«Il motivo è un riflesso fisiologico ben preciso, chiamato gastrocolico», specifica Natali. «Ogni volta che il cibo entra nello stomaco, il colon riceve un segnale e aumenta i suoi movimenti per prepararsi ad accogliere ciò che arriverà. Se nell’intestino è già presente gas, prodotto dalla normale attività batterica dei giorni precedenti, queste contrazioni lo comprimono e lo spostano. È in quel momento che si avvertono tensione, pressione e talvolta dolore».
Perché ci si sente gonfi dopo la pizza?
È probabile che quel pasto stimoli in modo più intenso i meccanismi digestivi. Un pasto abbondante richiama liquidi nell’intestino e attiva maggiormente i movimenti intestinali. Se a questo si aggiungono bevande gassate, birra o grandi quantità di liquidi, che spesso accompagnano la pizza (che è salata), l’aumento di volume e di aria ingerita rende il fenomeno ancora più evidente. La distensione che ne deriva viene percepita come gonfiore, ma è l’effetto di processi fisiologici che si mettono in moto dopo il pasto.
Esiste una dieta perfetta per tutti?
No. Ed è forse la lezione più importante. Ogni organismo reagisce in modo diverso e la tolleranza individuale gioca un ruolo decisivo.
Quando rivolgersi al medico?
«Se avete fastidi ricorrenti dopo aver mangiato determinati cibi, rivolgetevi a uno specialista per valutare il disagio e anche una possibile intolleranza, come quella al lattosio», raccomanda Danese.
Quali esami si fanno per la cattiva digestione?
«Sopra i 55-60 anni consigliamo in genere una gastroscopia», dice Danese. «Al di sotto di quest’età, invece, la prescriviamo solo in presenza di veri e propri campanelli d’allarme: vomito ricorrente, anemia, oppure se un paziente parla di un nodo in gola tutte le volte che ingoia. In alternativa ci si può sottoporre a esami non invasivi, per esempio andare alla ricerca dell’Helicobacter pylori con un test del respiro, del sangue o delle feci che può aiutarci a scovarlo».
Ci sono farmaci adatti?
«Se il boccone continua a far fatica ad andare giù, possono aiutarci alcuni farmaci, come i procinetici oppure gli antisecretivi», risponde Danese. «I primi sono medicinali che ripristinano i corretti tempi di svuotamento gastrico, perché sono capaci di accelerare e modulare la peristalsi intestinale, ossia i movimenti fisiologici dell’intestino. I secondi, invece, riducono la produzione di acido nello stomaco. Di solito prescrivo questi medicinali per qualche settimana, non di più. Anche perché ogni paziente risponde in modo diverso e alcuni possono sperimentare effetti collaterali non banali nel lungo periodo».



















