Non solo un nuovo nome, ma una nuova visione medico-scientifica. La comunità internazionale ha ufficialmente ribattezzato la sindrome dell’ovaio policistico, conosciuta fino a oggi con la sigla Pcos (Polycystic ovary syndrome), con la definizione di sindrome ovarica poliendocrina metabolica (Pmos, Polyendocrine metabolic ovarian syndrome).

Al di là della modifica semantica, si tratta di una svolta epocale nella medicina, sancita da una pubblicazione sulla rivista The Lancet, e accolta con soddisfazione dagli esperti di tutto il mondo. «Un cambio di nome che sancisce, dopo decenni, la fine di una visione esclusivamente ginecologica a favore di un approccio sistemico», commenta in una nota il gruppo di esperti della materia (Egoi-Pcos, Experts group on inositol in basic and clinical research and on Pcos).

L’iperinsulinemia
«È una decisione importante, che porta a un cambiamento che attendevamo da decenni», commenta Annamaria Colao, vicepresidente del Consiglio superiore di sanità, direttrice del dipartimento assistenziale integrato di Endocrinologia, diabetologia, andrologia e nutrizione del Policlinico Federico II di Napoli. «Finalmente si pone l’accento sulla vera natura di questa disfunzione, trattata per troppo tempo concentrandosi sull’aspetto ginecologico: l’ovaio in realtà è il bersaglio, non la causa della sindrome».

Oncologia

Tumore ovarico: prevenzione e cura

Tumore ovarico: prevenzione e cura
Tumore ovarico: prevenzione e cura

A 90 anni dalla descrizione della malattia è stata riconosciuta la sua origine metabolica. «La confusione semantica nasce dal fatto che in passato ci si è soffermati prevalentemente sull’aspetto più visibile della sindrome: le irregolarità del ciclo, le cisti evidenziate dalle ecografie, l’irsutismo e l’acne», prosegue Colao. «Di conseguenza anche le terapie sono andate in questa direzione: prima la pillola estroprogestinica - per regolarizzare il ciclo -, poi gli inositoli, più efficaci nel ripristinare la secrezione estrogenico-ovarica dal punto di vista funzionale. Sono trattamenti più che validi, ma non sufficienti se non si agisce sul metabolismo, riportandolo a un ritmo corretto, contrastando l’iperinsulinemia, elemento cardine alla base della malattia».

Quattro fattori tipici
I caratteri tipici della malattia – che colpisce il 5-10% delle donne italiane in età fertile - sono quattro, non sempre presenti in contemporanea nelle pazienti.
1. Le alterazioni del ciclo mestruale: le mestruazioni possono scomparire (amenorrea) oppure diventare irregolari e poco frequenti. Ne consegue che l’ovulazione è inesistente (o quasi), riducendo di molto la possibilità di iniziare una gravidanza.
2. L’iperandrogenismo: è l’eccesso di ormoni maschili (androgeni), tra cui il testosterone, che sono prodotti dall’ovaio. Si manifesta con irsutismo (eccesso di peluria sul corpo), acne, seborrea, e si rileva attraverso gli esami del sangue.
3. Le cisti ovariche: in presenza di questa sindrome le ovaie subiscono importanti modifiche, sia funzionali sia strutturali. I follicoli prodotti non riescono a raggiungere la maturazione completa, quindi non scoppiano liberando l’ovulo e restano bloccati formando cisti di varie dimensioni, disposte in genere “a corona di rosario” nella periferia dell’organo. A causa di questo accumulo le ovaie diventano più voluminose.
4. L’insulino-resistenza: i recettori dell’ormone insulina non funzionano correttamente. Di conseguenza i livelli di glucosio nel sangue restano alti e il pancreas continua a produrre insulina (iperinsulinemia compensatoria). Si innesca così un circolo vizioso che porta a un eccesso di peso e, nel tempo, può causare diabete di tipo 2 e obesità.

Approccio multidisciplinare
Dunque stiamo parlando di una malattia metabolica e non ginecologica. Da chi va curata allora? L’approccio dev’essere necessariamente multidisciplinare.
Il primo interlocutore resta il ginecologo, perché è il primo specialista che identifica i sintomi nelle giovani donne. «Subito però va coinvolto l’endocrinologo», spiega Colao, «che è il professionista di riferimento per leggere in modo corretto i dati relativi al quadro ormonale: mi riferisco a insulina, estrogeni e testosterone. Ai primi due va affiancato il nutrizionista, che metta a punto un regime personalizzato per la paziente, e un esperto in scienze motorie che elabori un programma mirato di attività fisica».
La dieta dovrà essere ipocalorica, con una percentuale ridotta di carboidrati, privilegiando cibi a basso indice glicemico nonché frutta e verdura di stagione. Dice l’endocrinologa: «Uno degli schemi alimentari più utilizzati nelle pazienti è quello chetogenico, in cui vengono eliminati i carboidrati e la fonte primaria di energia è rappresentata dai grassi: questi - trasformati in corpi chetonici - sono letti dai muscoli come un “nuovo zucchero” e utilizzati allo stesso modo. Grazie a tale processo si riduce la massa grassa, proteggendo quella magra, abbassando i livelli di insulina. Le riserve di grasso di cui ci si libererà, inoltre, non saranno solo quelle visibili esternamente ma anche quelle invisibili, cioè situate intorno agli organi (fegato, reni e cuore), altamente rischiose per la salute del sistema cardiovascolare».

Diete e perdita di peso

Diabete, 7 miti sulla dieta da sfatare

Diabete, 7 miti sulla dieta da sfatare
Diabete, 7 miti sulla dieta da sfatare

Quanto al movimento, è un elemento fondamentale nel trattamento della malattia: il muscolo, infatti, è un organo insulino-sensibile e nelle donne con la sindrome ovarica poliendocrina metabolica non riesce a utilizzare gli zuccheri nel modo giusto. «Con l’esercizio fisico e il potenziamento muscolare, la resistenza all’insulina si riduce permettendo all’ovaio di riprendere a funzionare correttamente», chiarisce Colao. «Gli studi evidenziano che l’ideale è alternare l’esercizio aerobico a quello anaerobico, andando per gradi e aumentano via via l’intensità e la frequenza dell’allenamento».
Per definire la sindrome però ci sarebbe ancora un passo da fare. «Togliere la P dall’acronimo», conclude l’endocrinologa. «Sta per “poliendocrina”, ma questa malattia non lo è. Intendo dire che non sono compromesse più ghiandole endocrine, ma solamente l’ovaio. Questo sarà il prossimo passaggio, ma il risultato a cui siamo giunti oggi è considerevole: riconoscere alla malattia l’origine metabolica, elemento fondamentale da cui partire per curarla in modo appropriato».