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Il plumcot, ottenuto incrociando susina e albicocca
La frutta fa bene e se è ibrida può dare perfino qualche beneficio in più. Succede perché spesso è maggiore la concentrazione di principi attivi all’interno dei frutti ottenuti con l’incrocio tra specie, con notevoli vantaggi per la salute. Lo evidenzia una recente revisione scientifica pubblicata sulla rivista Foods, secondo cui i frutti ibridi «contengono grandi quantità di polifenoli, come i flavonoidi, che agiscono come potenti antiossidanti».
«Il processo di ibridazione non solo aumenta la quantità di sostanze presenti nella frutta, ma rende più biodisponibili i suoi micronutrienti», spiega Carola Dubini, biologa nutrizionista e ricercatrice presso l’unità operativa di Endocrinologia e il Servizio di nutrizione clinica e prevenzione cardiometabolica del Policlinico San Donato di Milano. «In pratica, la quantità di vitamina C presente in un agrume ibrido spesso è maggiore rispetto a quella del frutto originario, e sarà assimilata più facilmente dall’organismo. Lo stesso vale per altri antiossidanti, come gli antociani, presenti per esempio nei frutti di bosco».
Gli originali? Pochissimi
Quando facciamo la spesa il bancone della frutta è uno tra i più attraenti, ma quello che non sappiamo è che dietro c’è una storia, dove madre natura prima e la conoscenza dell’uomo e i progressi della tecnologia dopo hanno fatto il proprio lavoro. Per questo nel tempo le coltivazioni ci hanno donato frutti sempre diversi, più consistenti e durevoli, più belli e più saporiti.
«Quasi tutta la frutta che mangiamo ogni giorno è derivata da varietà ottenute per ibridazione», dice Stefano La Malfa, professore ordinario di Arboricoltura generale e Coltivazioni arboree presso il dipartimento di Agricoltura, alimentazione e ambiente dell’Università degli Studi di Catania. «Agrumi come arancia, limone, pompelmo, mandarino sono tutti il risultato di ibridazione». Se vogliamo risalire agli “originali”, dobbiamo andare molto a ritroso nel tempo e ne troveremo solo tre: il cedro, il mandarino ancestrale e il pomelo, l’agrume più grande al mondo, coltivato in Cina.
Anche il gusto migliora
«L’ibridazione avviene da sempre in natura, all’interno della stessa specie: per questo abbiamo molte varietà dello stesso frutto», spiega Francesco Bigaran, agronomo a Trento. «Gli incroci fatti dall’uomo, tra due specie esistenti oppure tra due varietà all’interno della stessa specie, hanno invece finalità specifiche: oltre che tollerare gli attacchi di patogeni e parassiti, c’è anche quella di rendere il frutto più gradevole per il consumatore. Pensiamo alla frutta senza semi, molto apprezzata dal pubblico, come certi tipi di uva e di clementine. Anche il gusto ha guadagnato punti. Le drupacee, cioè albicocche, pesche e susine, avevano in origine un sapore acido che non piace a tutti: nelle varietà ibride sono più dolci e amabili al palato».
Aggiunge la nutrizionista: «Le caratteristiche ottenute con l’ibridazione ci inducono a mangiare la frutta più volentieri, e questo è un bene per la salute. Vale soprattutto per i bambini, che spesso storcono il naso quando viene proposta a tavola. Inoltre, trattandosi di prodotti più resistenti, richiedono meno interventi chimici e questo è un altro valore aggiunto per il benessere nostro e del pianeta».
Le varietà presenti in Italia
Ma ecco alcune varietà di frutta ibrida che si trova in Italia, nelle quattro stagioni.
• Aprium: 75% albicocca e 25% susina.
• Clementina: è frutto di un’ibridazione tra un tipo di mandarino e una selezione di arancio amaro, avvenuta all’inizio del ‘900 in Algeria, per opera di un certo padre Clèment, da cui deriva il nome del frutto. «Ricca di vitamina C e di acido folico, è facile da sbucciare e priva di semi, quindi ideale come spuntino», dice la nutrizionista.
• Jostaberry: bacca che nasce dall’unione di ribes nero e uva spina.
• Uva Italia: venne ottenuta nel 1911 da un agronomo, Alberto Pirovano, incrociando due vitigni.
• Mapo: l’idea di incrociare mandarino e pompelmo nacque in Sicilia negli anni Settanta. «Può sostituire il limone, così come il lime (specie più diffusa in ambienti caldi), nei condimenti o nella marinatura del pesce», suggerisce l’esperta.
• Plumcot: 50% susina e 50% albicocca.
• Pluot: ibrido tra susino e albicocco, dal sapore dolce e la buccia liscia.
• Tayberry e boysenberry: derivano dall’incrocio del lampone con vari tipi di mora.
Gli Ogm? Sono un’altra cosa
Le specie ibride non c’entrano con gli organismi geneticamente modificati. Gli ibridi derivano dall’incrocio sessuale tra piante diverse, mentre negli Ogm il genoma è stato modificato in laboratorio. «Questa operazione può prevedere l’introduzione di geni provenienti da fonti genetiche che in natura non potrebbero mai incrociarsi», precisa La Malfa. «Ma oggi disponiamo anche di nuove tecniche di miglioramento genetico molto avanzate: si tratta delle tecnologie di evoluzione assistita (Tea), con le quali interveniamo sul Dna con una sorta di “taglia e cuci” mirato per migliorare alcune caratteristiche della pianta, senza inserire geni estranei».











